Approda all’album di debutto la nuova
formazione di Justin Moyer (già animatore
di El Guapo e Supersystem), chiamata Antelope
e attiva dal 2001, firmataria finora di un ep
risalente a quattro anni fa e di un singolo doppio
uscito nel 2004 che forse qualcuno avrà avuto
modo di ascoltare. Il nuovo disco esce per il
prestigioso e storico marchio washingtoniano
Dischord e continua l’esplorazione di quelle
sonorità in bilico tra rigore post-punk
e funk destrutturato che avevano già caratterizzato
i passati progetti di Moyer.
Quello che colpisce
sin dai primissimi ascolti è l’asciuttezza
delle trame compositive di questo terzetto, basate
su rigidi reticoli elettrici dal profilo minimale
e ricorsivo. A partire dall’iniziale ed
eponima “Reflector” infatti la musica
si perde in un fitto intersecarsi di superfici,
piani e rette infinite, con la chitarra che disegna
morbide curvature a colpi misurati di compasso
e la sezione ritmica che sviluppa i suoi sillogismi
ritmici con millimetrica precisione. Se la voce
tradisce in alcuni episodi più ispidi
(come “Dead Eye”) qualche probabile
riverbero fugaziano, i rimandi più immediati
sembrano riconnettersi soprattutto al post punk
più algebrico di Talking Heads, Joy Division,
Gang Of Four, Wire, Fall, forse Suicide (se non
altro nell’approccio) o a progetti più recenti
come Lungfish o, volendo, Rapture. Composizioni
come “Mirroring” o “Flower” sembrano
quasi innescare un interminabile flusso di aerobica
mentale o un esercizio di autoipnosi, attraverso
figure ritmiche che oscillano a velocità regolare
e incantatoria. L’idea centrale di questi
Antelope, lo la loro ossessione, sembra essere
quella di una bellezza che può essere
raggiunta solo attraverso una processo di riduzione
e sintesi progressiva delle forme che non di
rado sfocia in momenti di pura afasia o vuoto
astrattismo meccanico (come negli algoritmi “Concentration” e “Collettive
dream”, tautologici e inesorabili come
la proposizione logica A=A).
L’impressione
generale che se ne ricava, soprattutto ascoltando
pezzi come “Contraction”, “Justin
Jesus” (notevole) e “Wandering Ghosts”, è quella
di un’unica canzone costantemente e puntigliosamente
decostruita e riattraversata per tutta la durata
del disco (venticinque minuti scarsi) da angolature
e con velocità di volta in volta impercettibilmente
differenti. Una sorta di composizione ininterrotta
che si commenta e scompone in parti sempre più piccole
e semplici. Infatti al di sotto di una veste
sonora superficialmente compatta e volutamente
monotona , si dispiega un lento e progressivo
lavoro di erosione, fitto di sottilissimi tracciati
e variazioni infinitesimali, che arriva fino
alla trasparenza assoluta dell’ultima traccia,
la già citata “Collective Dream”,
inceppata nell’automatismo robotico di
un ritmo asettico che sembra quasi sbriciolarsi
e dissolversi nel nulla compatto e perfettamente
rotondo del silenzio.
collegamenti su MusiKàl!
El Guapo - Fake French
Supersystem - A Million Microphones
Talking Heads - 77
Talking Heads -
Remain In Light
Joy Division - Unknown
Pleasures
Gang Of Four - Entertainment!
Wire - Send
The Fall - The Real New Fall LP
Suicide - Suicide
Rapture - Pieces Of People We Love
Rapture - Echoes