Andare a un concerto è quasi sempre una
normale esperienza di vita che può essere
riassunta in qualche aggettivo: brutta, bella,
interessante, coinvolgente e così via.
Vedere Ray Davies, a Londra, regala sensazioni
molto diverse. Qui si entra nel cuore di una cultura,
di una città, del suo popolo e di chi ne
canta le gesta, gloriose e non, da quasi 40 anni.
A beneficio degli ignari, questo signore è stato fondatore e leader
incontrastato di una delle band cardini del rock,
i Kinks, ed autore di protopunk come "You really
got me" e "All day and all of the night", sublimi
melodie quali "Waterloo sunset", scomodi anthems
come "Lola". Crediamo sia necessario dare queste
brevi informazioni, data la relativa notorietà
goduta dal gruppo inglese fuori dai confini (USA
a parte), causa anche di un ostracismo discografico
che diede parecchi problemi nella stessa Inghilterra.
Gli ineffabili produttori vedevano nei Kinks
un mero fenomeno da 45 giri, una canzonetta e
via, non rendendosi conto della profondità
dei testi e della vitalità artistica di
quei motivi falsamente "leggeri". Per fortuna,
oltre alla miopia di qualche manager prestato
alla musica, esiste anche il pubblico, e tutto
ciò che esso ha ricevuto da Ray Davies
in questi decenni era straordinariamente condensato
nella serata del 16 maggio alla Royal Festival
Hall. L'audience andava dai 10 ai 65 anni, dal
frequentatore incallito del pub next door al mod,
dal ventenne imbevuto di Radiohead
e Blur al professore
in completo grigio appena giunto da Bloomsbury.
Neanche il McCartney visto a fine aprile all'Earl's
Court aveva attirato una tale folla eterogenea.
Ecco dunque salire sul palco il nostro carissimo storyteller (dal titolo di
un suo album live di qualche anno fa). Per gioco
immaginiamo, davanti alla sua elegante figura,
una di quelle ruote da estrazione del lotto, con
almeno 200 palline al suo interno. La prima ad
essere sorteggiata è "Dedicated follower
of fashion" ed è un immediato tuffo al
cuore, un salto a piè pari nella Carnaby
Street della Swinging London, un pensiero a quei
pomeriggi pieni di vinili triturati e di sogni
di pantaloni gialli, Vanesse Redgrave e MG coupè.
Quando poi si realizza che la seconda pallina
corrisponde a "Well respected man" - uno dei ritratti
più spietati e cinici del classico gentleman
britannico - constatiamo senza dubbio di essere
di fronte a un songwriter di qualità sopraffina,
sovente pari alla sigla Lennon/McCartney e nello
stesso momento di essere testimoni di un evento
profondamente "local", un famoso londinese di
Muswell Hill che dialoga in modo spassoso coi
suoi concittadini e che svela i loro vizi e abitudini,
profondamente british e londoneers, in memorabili
bozzetti.
L'irresistibile marcetta "Autumn almanac" (circa
metà anni '60) è così attuale
quando recita "…i like my football on a saturday,
roast beef on sunday, alright!", mentre "London
song" fa scorrere brividi che diventano quasi
cicatrici. In mezzo a questi classici, Ray infila
qualche pezzo nuovo destinato al prossimo album
solista e vista la qualità non resta che
sperare di averlo presto tra le mani. L'arena
si surriscalda definitivamente quando Davies esegue
la metà dei pezzi contenuti in quel capolavoro
chiamato "Village green preservation society",
per poi riproporre una scoraggiante - per chiunque
altro - serie di hit che vanno da "You really
got me" a "Tired of waiting", da "All day and
all of the night" a "Victoria", da "Sunny afternoon"
ad un'ammaliante versione brasileira di "No return".
La gente non si riesce più a contenere
nelle sedie, il riff potentissimo di "All day
and all of the night" fa saltare tutto il teatro,
fino al diapason della celebrazione collettiva
di "Lola", vero inno trasgressivo di almeno due
generazioni inglesi. Ed ecco alzarsi quel professore
di Bloomsbury vestito di grigio: che ne abbia
abbastanza? Niente di più sbagliato: lui
stava aspettando "Lola", stava aspettando di incontrare
la sua vita e le sue trasgressioni nascoste dietro
quel blazer grigio. Il professore comincia a ballare
come un vecchio beatnik, qualcuno, forse la moglie,
prova a fermarlo, invano. In un attimo è
già nella mischia. Questa immagine ci accompagna
ancora, insieme al favoloso bis di "Waterloo sunset",
dove "…Terry miss July at Waterloo Station every
friday night…". Solo cinque minuti dopo saremo
in pieno rush londinese per un taxi a Waterloo
Station, e guarda caso è proprio venerdì
notte…
collegamenti su MusiKàl!
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Else By The Kinks
The Kinks - Arthur
Or The Decline And Fall Of The British Empire