Che il Canada sia una sorta di continente vergine
(o terra promessa) per l’indie rock è un
fatto ormai difficilmente contestabile, per altro
testimoniato dalle dozzine di band (spesso ottime)
e album che sono sbocciati come funghi da almeno
un quinquennio a questa parte a Montreal e dintorni.
Un intricatissimo e aggrovigliato sottobosco
di disordinati progetti musicali, spesso promiscui,
che germinano uno nell’altro e che sembrano
quasi comporre un interminabile elogio del side
project perpetuo, sfiorando in una band come
i Broken Social Scene (sorta di organismo madre
dalle geometrie variabili che ha disperso le
sue fertili spore in buona parte della vegetazione
indie canadese) esiti di stratificazione anche
piuttosto estremi (tanto che adesso, più o
meno a turno, ciascun membro della band coordinerà,
alternandosi nel tempo, le attività della
band/confraternita, partendo da Kevin Drew).
E questo terzo disco firmato dai Sunset Rubdown
si inserisce appieno nel contesto canadese, rappresentandone
una assai tipica espressione. Dietro di esso
si cela Spencer Krug, che milita nei Wolf Parade
e, più occasionalmente, nei Frog Eyes,
due delle più interessanti e importanti
bands della scena canadese di cui si parlava,
insieme a Stars, New Pornographers, Dears, i
già citati Broken Social Scene, e, ovviamente,
gli Arcade Fire. In questo progetto Krug viene
aiutato, fra gli altri, da Camilla Wynne Ingr
che, detto per inciso, fa parte dei Pony Up.
Come si può notare anche in questo caso
il confine tra progetto principale e laterale
tende ad assottigliarsi fino a scomparire del
tutto, così come in fondo anche l’identità stilistica
del prodotto musicale, estremamente caotica e
debordante. Si potrebbe evocare tutto un filone
americano di band stranoidi e geniali (già a
partire dai nomi) come Superchunk, Ween, They
Might Be Giants, Camper Van Beethoven, Wheat
che hanno recuperato gli insegnamenti dei vari
Zappa, Beefheart, Sparks, Residents, Tuxedo Moon
e hanno creato un nutrito e dissennato bestiario
di interessanti ibridi stilistici, mescendo il
pop con l’avanguardia e destrutturazioni
di ogni tipo, facendo della sperimentazione domestica
e a basso costo una religione musicale e quasi
il manifesto di una precisa filosofia di vita.
Il progetto dei Sunset Rubdown potrebbero essere
inserito in questa “tradizione”,
tanto è spericolata la varietà di
spunti e intuizioni compositive che lo attraversano.
Un lavoro dai tratti quasi enciclopedici, che
spazia (anche nei confini di una stessa canzone)
da un genere all’altro con apparente noncuranza,
andando a comporre un arruffato e sgambettante
arlecchino di invenzioni instabili e illuminazioni
del tutto accidentali, secondo le improbabili
direttive di un titanismo da cameretta. Con tutti
i pro (spesso eccellenti) e i contro (forse più numerosi
del dovuto) che un’operazione di questo
tipo (come dire, molto “pitchforkiana”)
può ragionevolmente avere. Dal vaudeville
bowiano e sbilenco di “The mending of the
cown”, con barocchi cori e controcori in
semifalsetto squinternato degni di un’aria
melodrammatica, si passa a “Magic Vs. Midas” che
parte come un desolato ed etereo madrigaletto
alla Yes e poi si perde in un caotico turbine
di contorsioni low fi. La musica ha quasi sempre
un tono piuttosto teatrale e vagamente farsesco,
con la voce di Krug un poco spora le righe e
spesso farneticante, ma non mancano momenti caratterizzati
da un maggiore lirismo come nell’imprevedibile
e tonitruante epilogo di “Up on your leopard…” (una
delle migliori canzoni), che dopo essere esplosa
in un aggrovigliato carnevale felliniano di nonsense
e strampalati calembours musicali, si acquieta
in una melodia struggente e corale. Per lo più il
resto del programma è costruito da marcette
e fanfare impolverate con cui questi Sunset Rubdow
accompagnano le loro migrazioni nelle regioni
più profonde del loro mobilissimo immaginario.
Apprezzabili in questo senso le atmosfere spettrali
e risuonanti di “Stallion”, morbida
ballata inghiottita da gorghi circolari di note
di pianoforte, in bilico tra Tom
Waits e Erik
Satie, con una meravigliosa progressione strumentale
in crescendo nella parte conclusiva. Da segnalare
anche gli intarsi orchestrali di “Winged/Wicked
things”, dove un certo legame con i Talking
Heads più invasati e pionieristici tende
in qualche modo a precisarsi. Non può del
resto mancare qualche concessione al folk delle
origini (“Child-Heart losers”), unita
ad episodi dove si palesa in maniera più evidente
un’attitudine apertamente “progressiva” (l’accoppiata “Setting
Vs Rising”, ”Trumpet, Trumpet, Toot,
Toot !”).
Una maggiore compattezza interna
e una più severa selezione delle idee
avrebbe senza dubbio snellito questo pur notevole
lavoro, rendendolo un po’ più digeribile
e più immediatamente decifrabile. Del
resto la sua bellezza risiede principalmente
in questa inesauribile verve affabbulatoria,
musicalmente assai logorroica, che lo caratterizza.
Ecco, in questa laboriosa officina di invenzioni
e portenti leonardeschi in bassa fedeltà,
forse un po’ più di silenzio non
avrebbe guastato.
collegamenti su MusiKàl!
Broken Social Scene - You Forgot It In
People
Arcade Fire - Concerto a Piazza Castello
(Ferrara)
Arcade Fire - Neon Bible
Arcade Fire - Concerto al Transilvania
Live (Milano)
Arcade Fire - Funeral
New Pornographers - Twin Cinema
Camper Van Beethoven - Our Beloved Revolutionary
Sweetheart
Frank Zappa - Civilization Phaze III
Frank Zappa - Hot Rats
Sparks - Kimono My House
Talking Heads - 77
Talking Heads - Remain In Light
Tom Waits - le recensioni
Yes - le recensioni
David Bowie - Reality
David Bowie - Heathen
David Bowie - Low
David Bowie - Diamond
Dogs
David Bowie - The Rise and Fall of Ziggy Stardust and
the Spiders from Mars