Dai Radiohead si pretende la perfezione. E la prima data a essere annunciata, la data del 18, quella dei fedelissimi, deve cancellare un paio di macchie della serata precedente.
Non tanto da parte loro, cui potrei rimproverare soltanto la scelta stilistica di aver reagito dal mercedes 7-posti a benzina con sguardi tra l’alienato e il commiserante cinque fortunati o, a questo punto malcapitati, che invece di attraversare un incrocio dalle parti di Moscova preferivano lanciare isterici attestati di stima gestuali dal marciapiede adiacente. Il che mi è valso l’accostamento, ripescato da qualcuno di Kalporz, con la gente in coda per assistere al processo di Cogne che si lamentava perché l’imputato non salutava gli avventori. Accostamento meritato anche per chi preferiva focalizzare attenzione, flash e filmati su Brad Pitt ed Edward Norton appollaiati sulla torretta di fronte al palco, sperando forse in un duello alla Fight Club. Niente rissa, nessun dialogo degno di nota percepito, peccato.
Ma oggi è un altro giorno.
Sarà il sole che spacca le pietre, il tempo rassicurante, anche l’enigmatica creatura che risponde al nome di Bat For Lashes è accolta con più calore ed educazione, con apprezzamenti che si concentrano anche sulle doti squisitamente tecniche della polistrumentista anglo-pakistana. Insieme a “In Rainbows”, “Fur And Gold” è stato uno dei lavori più interessanti dello scorso anno e le due novità presentate sembrano risentire positivamente dell’annunciata collaborazione con i Gang Gang Dance, tra i capofila del dissonante sottobosco electro newyorkese. Una voce che ricorda Tori Amos e, anche per determinate soluzioni compositive cui si accosta, inevitabilmente Bjork. Suggestioni torbide alla Cocteau Twins, geniale sinergia della band tra strumentazione classica e guizzi electro, dal vivo oltre che a celebrare il talento cristallino della svampitissima Natasha Kahn si conferma uno dei nomi nuovi di punta della scena britannica.
Neanche all’imbrunire, dopo una parentesi dub/roots reggae più breve del solito, salgono sul palco accolti da un boato da stadio. Che inizino con “Reckoner” piuttosto che con le più abituali “15 Step” e “All I Need” (che arriveranno subito dopo intervallate dalla tempesta stellare di “The National Anthem”) sembra un buon presagio per quello che succederà dopo provando a interpretare la loro logica live apparentemente indecifrabile che invece ha i suoi segnali e i suoi perché. Inutile soffermarsi sulla coesione e, almeno per chi era davanti, sulla resa sonora. Da segnalare la scenografia con luci a bassa intensità – palco ovviamente ecocompatibile alimentato da pannelli solari con una trentina di stalattiti in neon che piovono sul palco – e uno schermo diviso in cinque su cui sfila un’inquadratura fissa su ciascun Radiohead per tutta la durata del brano. Sperando che rappresenti una parziale consolazione per i volumi poco generosi offerti al pubblico delle retrovie e delle tribune. La voce si scalda molto velocemente, lo aiuta l’incontenibile platea che senza gli eccessi del giorno prima accompagna quasi verso dopo verso ogni brano. In “All I Need” Thom divertito lascia addirittura cantare una parte del ritornello, mentre nell’agghiacciante acuto di “Nude” seguirlo diventa arduo. Quando il defilato Colin esibisce dei sonagli con un sorriso non bellissimo da vedere ma sincero, tocca allacciare idealmente le cinture per il viaggio spazio-temporale di una “Airbag” che si leva in cielo e anche oltre, avvolgente quanto gelida nelle sue ritmiche sintetiche riprodotte fedelmente dall’infallibile Selway alla batteria.

Un concerto dei Radiohead è fatto di dettagli. Perché nell’insieme i cinque darebbero l’idea di un’infallibile orchestrina di androidi in grado di passare senza strappi dal minimal di una “The Gloaming” che fa ballare Thom, e con lui chi riesce a vincere l’ipnosi della pioggia elettronica di luci verdastre e del claustrofobico finale dubstep, alle suggestioni orientali dell’arida “Dollars & Cents” con la voce che si scontra quasi impaurita tra i continui cambi di tempo e il controcanto luciferino di Ed da far raggelare il sangue. I dettagli, appunto. Come Jonny che si defila momentaneamente da quella dimensione parallela fatta di visioni e intuizioni “che solo lui” ricostruita nel suo angolo di palco, abbandonando la postura shoegaze per accostarsi dapprima al collega chitarrista nella liquida intermittenza di note di “Arpeggi” e poi a Thom per una “Faust Arp” unplugged. Pesce fuor d’acqua, Jonny, si rifugia nuovamente nel suo habitat per tessere il nebbioso riecheggiare di Ondes Martenot d’introduzione al viaggio nell’infinito di “How To Disappear Completely”. Scrivere qualcosa a riguardo sarebbe superfluo e presuntuoso. Solo l’incontenibile “Jigsaw Falling Into Place” può e in parte riesce a smuovere gli animi dall’anestesia. Inaspettata, in linea con una scaletta che non rinuncia a piccole chicche, viene fuori una sentitissima “A Wolf At The Door” (alla prima europea dell’anno) che testimonia al meglio la sottovalutata varietà vocale di Thom che alterna un parlato quasi rappato alle soffici invocazioni del ritornello. Toccante quanto la desolante ballad lunare “Videotape” che sembra riecheggiare da chissà dove. E invece loro sono lì sul palco, nel mezzo dell’imbrunire, pronti a offire un medley scioccante quanto l’album di riferimento. “Everything In Its Right Place” – non solo bandierone del Tibet sul piano ma un inequivocabile “This is for Tibet” lanciato da Thom - è sempre uno spettacolo con quelle campionature in tempo reale e i due chitarristi che si dimenticano di essere chitarristi chinati sulle pedaliere. E l’epilessia di “Idioteque” che si lega col suo beat sbarazzino alle voci che ancora aleggiano nei sibilanti echi che si inseguono a fine pezzo. Il folgorante fragore da allarme antiaereo azionato da Jonny nell’intermezzo trasforma il delirio techno in un sabba in cui Thom al solito aizza la platea scatenandosi in uno di quei ritmi che tanto apprezza tra un locale e l’altro dell’underground londinese. Phil è straripante, Colin saltella, Ed con cuffione da deejay e Jonny che probabilmente vede e sente cose che neanche Blade Runner. Potrebbe finire qui, ma resta ancora un’ottima “Bodysnatchers” a chiudere la prima ora di set spazzando via le residue energie.

Chi conosce bene la band sa che ora inizia un altro concerto. Solitamente cinque pezzi, pausa, e altri due. Il primo encore parte in sordina. “House Of Cards”, unico nuovo brano, peraltro il più semplice e lineare, a mancare ancora all’appello nelle due date milanesi, ha l’effetto di un tranquillante, come se Neil Young si desse al reggae. Inutile sottolineare i cambi di atmosfera che sul palco quanto su disco sono una peculiarità dei cinque. Così sulla scia dell’immancabile “There There” si infila un’imprendibile “Bangers’n’Mash” suonata a due batterie. E, almeno questa, non la suonano i tre tuttofare, ma lo scatenato Thom che fa la rockstar in una studiata caduta nichilista a fine brano. “Just” è una delizia per gli amanti delle vecchie atmosfere di “The Bends” (unico ripescaggio dall’album) e soprattutto per i ritardatari che sperano ancora di guadagnare qualche posizione. Dettagli. Dettagli anche questi. “The Tourist”, splendida traccia conclusiva di “Ok Computer”, invece non è un semplice dettaglio e arriva anche lei un po’ a sorpresa mancando in Europa da cinque anni. E in uno dei brani dal potere rievocativo più forte dell’intero repertorio sarebbe inumano non rivivere, ciascuno a modo suo, dei ricordi intensi di sfondo allo straziante Hey man, slow down. Potrebbe finire tutto qui. E invece no. Altro bis, altra chicca. Era stata eseguita nel soundcheck ma era veramente difficile sperare nella morbida “Go Slowly”, all’esordio assoluto nel Vecchio Continente in versione semiacustica come da bonus-album. Non è solo il gusto della chicca, la malinconia decadente del pezzo, infatti, emoziona e incanta come un classico. Altrettanto a sorpresa la furia di “2+2=5” che, tanto per gradire, mancava sui palchi da due anni. E ciò lascia presagire, tralasciando facili battute sul titolo, un insperato 5+3. Infatti dopo arriva, acclamatissima, “Paranoid Android” che finisce per accontentare democraticamente tutti, e anche loro. Non solo la scelta dei pezzi ma i sorrisi e gli sguardi dei cinque androidi tradiscono un’evidente soddisfazione.
E tutto si spegne in un lampo, facendoci impietosamente scivolare in quel senso di vuoto e mancanza che si vive solo dopo un concerto dei Radiohead.
01 Reckoner
02 15 Step
03 The National Anthem
04 All I Need
05 Nude
06 Airbag
07 The Gloaming
08 Dollars And Cents
09 Arpeggi
10 Faust Arp
11 How To Disappear Completely
12 Jigsaw Falling Into Place
13 A Wolf At The Door
14 Videotape
15 Everything In Its Right Place
16 Idioteque
17 Bodysnatchers
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18 House Of Cards
19 There There
20 Bangers And Mash
21 Just
22 The Tourist
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23 Go Slowly
24 2+2=5
25 Paranoid Android
(foto Piero Merola - in alto - e Stefano Folegati)
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