I Radiohead
hanno scelto, com'è ormai abitudine, dei
luoghi d'arte per proporre la loro musica in Italia:
dopo Piazza Santa Croce nel 2000 e lo straordinario
scenario dell'Arena di Verona nel 2001, eccoli
approdare in Piazza Michelangelo, ovvero il belvedere
di Firenze.
La serata è calda ma in fin dei conti
sufficientemente ventilata, l'attesa della folla
come al solito alle stelle. Salgono sul palco,
quand'è praticamente ancora giorno, i Low
e presentano uno spettacolo realmente notevole:
i suoni spettrali, aspri, minimali che producono
sono una sferzata d'energia mischiata a narcolessia,
ectoplasmi di Velvet Underground che si spandono
nell'aria, con la batteria ridotta a tamburi ossessivi
e spazzole sui piatti. I brani provengono in gran
parte da "Trust",
l'album che ha ribadito la loro intelligenza compositiva:
di particolare impatto "(That's How You Sing)
Amazing Grace", "Candy Girl" e
"La la la Song". I giochi vocali fra
Alan Sparhawk e Mimi Parker sono di assoluto valore
e impreziosiscono una trama sonora rumorosa e
caustica.
I Radiohead hanno sempre dato il giusto risalto
alla scelta dei "gruppi spalla": nel
2000, momento della svolta elettronica di "Kid
A", furono i Laika di Margaret Fiedler
ad aprire il concerto e nel 2001, oramai definiti
tra i padri della nuova elettronica, fu la volta
della techno sperimentale di Christoph Debabalon.
La scelta dei Low non è dunque casuale:
i Radiohead hanno ridato la giusta dimensione
all'uso delle chitarre, e questo live ne è
la dimostrazione palese.
Apre il concerto "There There", singolo
di lancio di "Hail
to the Thief", subito seguita da una
versione epilettica e tirata di "2+2=5".
Il pubblico impazzisce, la platea diventa un inferno
di spintoni e urla. Improvvisamente, sull'onda
della furia iniziale, ecco apparire la pausa mistica
ed elegiaca di "Lucky", sempre attuale,
carica di riverberi. E' poi la volta di "Talk
Show Host", il loro b-side più noto,
una sorta di bossanova elettrica con echi spaziali
e strabilianti suoni cosmici. Non è certo
la prima volta che la vedo riproporre dal vivo,
ma è sicuramente la migliore. Ed è
proprio l'uso dei suoni e dei colori a dare il
reale senso di questo live: i brani sono prove
aperte, nelle quali le menti dei cinque hanno
libertà di far confluire suoni e improvvisazioni,
senza mai scardinare definitivamente la forma
canzone.
A queste cure sono sottoposti soprattutto i brani
degli ultimi tre album, come la versione scatenata
di "Idioteque", la stralunata ripresa
di "Kid A" (che piacere vederla e ascoltarla
così) con sintetizzatori impazziti e l'energica
e trascinante "The National Anthem"
aperta da un ironico, balbettato e alcolizzato
"God Save the Queen" biascicato da Thom
Yorke. Per il resto è risultata a tratti
sorprendente la scelta dei brani da "Hail
to the Thief", che ha prediletto un brano
in fin dei conti trascurabile come "Scatterbrain"
a fronte di pezzi quali "Myxomatosis",
"A Wolf at the Door" e "Suck Young
Blood". Ma questa selezione ha permesso di
dar risalto a quei brani che nel lavoro in studio
sono apparsi minori - se così si può
dire - e che dal vivo acquistano un fascino e
un suono inaspettati: è il caso di "Go
to Sleep" e di "Where I End and You
Begin", vere e proprie sorprese di questa
serata.
Non sono mancate neanche le pause dedicate alla
memoria: da "The Bends"
sono arrivate una frenetica e urlata "Bones"
e una granitica "The Bends", veramente
da lasciare senza fiato, con quella frase finale
("Voglio vivere e respirare/ voglio sentirmi
parte della razza umana") che con gli anni
e con l'esperienza Radiohead oramai nota a tutti
ha acquistato un senso ancora più universale
e profondo. Da "Ok
Computer" basterebbe citare l'interpretazione
di "Exit Music (for a Film)", con quel
silenzio irreale della platea che è oramai
diventata prassi (e che continuo a trovare sorprendente:
possibile che migliaia di persone, nello stesso
momento, provino l'impulso irrefrenabile a non
proferire verbo?) e quell'improvviso esplodere
della musica, catarsi di un'epica della distruzione
e della disperazione che non ha eguali nella scena
contemporanea.
Ma molti ancora sono i pezzi che hanno fatto
gridare alla meraviglia: "A Punch Up at a
Wedding", "Sail to the Moon", "Paranoid
Android" (ma come diavolo fanno a suonarla
così?), "Everything in it's Right
Place", con lunga coda campionata dal vivo
da Ed O'Brian, che ha chiuso la prima parte del
concerto.
I bis hanno regalato una strepitosa "The
Gloaming", una commovente "No Surprises",
leggera come la discesa autunnale dal ramo di
una foglia secca, una "I Will" straziante
nella sua desolazione per chitarra e voce, con
Yorke solo sul palco, una doverosa "Street
Spirit", da anni ormai vero e proprio inno
di questa band, più di "Creep",
più di "Karma Police", più
di "Fake Plastic Trees", per rimanere
tra i brani storici.
"Immerse Your Soul in Love", immergi
la tua anima nell'amore. Chiusura ottimista per
un gruppo di eccezionali musicisti (Selway e Colin
Greenwood fantasiosa e precisa sezione ritmica,
O'Brian e Jonathan Greenwood geniali ricercatori
di suoni e rumori, Yorke semplicemente una delle
migliori voci che vi potrà capitare di
ascoltare dal vivo) che ha ricevuto, nel corso
del tempo, una miriade di aggettivi negativi,
ingiusti e sotto sotto figli dell'invidia. "Thank
You. Thank You. Grazie, grazie, grazie, grazie",
e se ne vanno. Loro ad applaudire il pubblico
e il pubblico ad applaudire loro. A presto, e
grazie.
SCALETTA
· There There
· 2+2=5
· Lucky
· Talk Show Host
· Scatterbrain
· The National Anthem
· Backdrifts
· Sail to the Moon
· Kid A
· Bones
· Where I End and You Begin
· Go to Sleep
· Exit Music (for a Film)
· A Punch Up at a Wedding
· Paranoid Android
· Idioteque
· Everything in it's Right Place
Primo Bis:
· The Gloaming
· No Surprises
· The Bends
· I Will
Secondo Bis:
· Sit Down, Stand Up
· Street Spirit
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