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RADIOHEAD + LOW - Concerto a Piazzale Michelangelo (Firenze) (8 luglio 2003)

di Raffaele Meale

I Radiohead hanno scelto, com'è ormai abitudine, dei luoghi d'arte per proporre la loro musica in Italia: dopo Piazza Santa Croce nel 2000 e lo straordinario scenario dell'Arena di Verona nel 2001, eccoli approdare in Piazza Michelangelo, ovvero il belvedere di Firenze.

La serata è calda ma in fin dei conti sufficientemente ventilata, l'attesa della folla come al solito alle stelle. Salgono sul palco, quand'è praticamente ancora giorno, i Low e presentano uno spettacolo realmente notevole: i suoni spettrali, aspri, minimali che producono sono una sferzata d'energia mischiata a narcolessia, ectoplasmi di Velvet Underground che si spandono nell'aria, con la batteria ridotta a tamburi ossessivi e spazzole sui piatti. I brani provengono in gran parte da "Trust", l'album che ha ribadito la loro intelligenza compositiva: di particolare impatto "(That's How You Sing) Amazing Grace", "Candy Girl" e "La la la Song". I giochi vocali fra Alan Sparhawk e Mimi Parker sono di assoluto valore e impreziosiscono una trama sonora rumorosa e caustica.

I Radiohead hanno sempre dato il giusto risalto alla scelta dei "gruppi spalla": nel 2000, momento della svolta elettronica di "Kid A", furono i Laika di Margaret Fiedler ad aprire il concerto e nel 2001, oramai definiti tra i padri della nuova elettronica, fu la volta della techno sperimentale di Christoph Debabalon. La scelta dei Low non è dunque casuale: i Radiohead hanno ridato la giusta dimensione all'uso delle chitarre, e questo live ne è la dimostrazione palese.

Apre il concerto "There There", singolo di lancio di "Hail to the Thief", subito seguita da una versione epilettica e tirata di "2+2=5". Il pubblico impazzisce, la platea diventa un inferno di spintoni e urla. Improvvisamente, sull'onda della furia iniziale, ecco apparire la pausa mistica ed elegiaca di "Lucky", sempre attuale, carica di riverberi. E' poi la volta di "Talk Show Host", il loro b-side più noto, una sorta di bossanova elettrica con echi spaziali e strabilianti suoni cosmici. Non è certo la prima volta che la vedo riproporre dal vivo, ma è sicuramente la migliore. Ed è proprio l'uso dei suoni e dei colori a dare il reale senso di questo live: i brani sono prove aperte, nelle quali le menti dei cinque hanno libertà di far confluire suoni e improvvisazioni, senza mai scardinare definitivamente la forma canzone.

A queste cure sono sottoposti soprattutto i brani degli ultimi tre album, come la versione scatenata di "Idioteque", la stralunata ripresa di "Kid A" (che piacere vederla e ascoltarla così) con sintetizzatori impazziti e l'energica e trascinante "The National Anthem" aperta da un ironico, balbettato e alcolizzato "God Save the Queen" biascicato da Thom Yorke. Per il resto è risultata a tratti sorprendente la scelta dei brani da "Hail to the Thief", che ha prediletto un brano in fin dei conti trascurabile come "Scatterbrain" a fronte di pezzi quali "Myxomatosis", "A Wolf at the Door" e "Suck Young Blood". Ma questa selezione ha permesso di dar risalto a quei brani che nel lavoro in studio sono apparsi minori - se così si può dire - e che dal vivo acquistano un fascino e un suono inaspettati: è il caso di "Go to Sleep" e di "Where I End and You Begin", vere e proprie sorprese di questa serata.

Non sono mancate neanche le pause dedicate alla memoria: da "The Bends" sono arrivate una frenetica e urlata "Bones" e una granitica "The Bends", veramente da lasciare senza fiato, con quella frase finale ("Voglio vivere e respirare/ voglio sentirmi parte della razza umana") che con gli anni e con l'esperienza Radiohead oramai nota a tutti ha acquistato un senso ancora più universale e profondo. Da "Ok Computer" basterebbe citare l'interpretazione di "Exit Music (for a Film)", con quel silenzio irreale della platea che è oramai diventata prassi (e che continuo a trovare sorprendente: possibile che migliaia di persone, nello stesso momento, provino l'impulso irrefrenabile a non proferire verbo?) e quell'improvviso esplodere della musica, catarsi di un'epica della distruzione e della disperazione che non ha eguali nella scena contemporanea.

Ma molti ancora sono i pezzi che hanno fatto gridare alla meraviglia: "A Punch Up at a Wedding", "Sail to the Moon", "Paranoid Android" (ma come diavolo fanno a suonarla così?), "Everything in it's Right Place", con lunga coda campionata dal vivo da Ed O'Brian, che ha chiuso la prima parte del concerto.

I bis hanno regalato una strepitosa "The Gloaming", una commovente "No Surprises", leggera come la discesa autunnale dal ramo di una foglia secca, una "I Will" straziante nella sua desolazione per chitarra e voce, con Yorke solo sul palco, una doverosa "Street Spirit", da anni ormai vero e proprio inno di questa band, più di "Creep", più di "Karma Police", più di "Fake Plastic Trees", per rimanere tra i brani storici.

"Immerse Your Soul in Love", immergi la tua anima nell'amore. Chiusura ottimista per un gruppo di eccezionali musicisti (Selway e Colin Greenwood fantasiosa e precisa sezione ritmica, O'Brian e Jonathan Greenwood geniali ricercatori di suoni e rumori, Yorke semplicemente una delle migliori voci che vi potrà capitare di ascoltare dal vivo) che ha ricevuto, nel corso del tempo, una miriade di aggettivi negativi, ingiusti e sotto sotto figli dell'invidia. "Thank You. Thank You. Grazie, grazie, grazie, grazie", e se ne vanno. Loro ad applaudire il pubblico e il pubblico ad applaudire loro. A presto, e grazie.

SCALETTA
· There There
· 2+2=5
· Lucky
· Talk Show Host
· Scatterbrain
· The National Anthem
· Backdrifts
· Sail to the Moon
· Kid A
· Bones
· Where I End and You Begin
· Go to Sleep
· Exit Music (for a Film)
· A Punch Up at a Wedding
· Paranoid Android
· Idioteque
· Everything in it's Right Place

Primo Bis:
· The Gloaming
· No Surprises
· The Bends
· I Will

Secondo Bis:
· Sit Down, Stand Up
· Street Spirit


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