Sono anni che la musica dal vivo, di qualunque
tipo e genere, è una delle mie passioni;
in tutti questi anni, però, mi è
capitato pochissime volte di rimanere a fissare
il palco dopo la fine del concerto, inebetito,
a chiedere silenziosamente che la musica non finisse.
E non credo di essere stato l'unico ad avere questa
reazione, al termine dell'ultima data italiana
dei Radiohead.
Oltre due ore, ma che sono letteralmente volate
via, sull'onda della perfezione incredibile che
i cinque ragazzi di Oxford sono riusciti a ricreare.
Non una sbavatura nella voce di Thom Yorke, molto
più allegro e disposto al contatto col
pubblico del previsto; non un'imperfezione dagli
altri musicisti, concentrati sui loro strumenti,
e a tratti di una bravura stupefacente.
L'attesa per il concerto è palpabile in
tutta la città, già dalle prime
ore del pomeriggio; c'è ancora un po' di
luce quando entrano sul palco i Low, molto bravi,
ma praticamente ignorati. Iniziano con la bellissima
"(That's how you sing) amazing grace"
e catturano l'attenzione, ma di lì a poco
la maggioranza del pubblico decide di esibirsi
nelle solite cafonate riservate ai gruppi spalla:
è un peccato, perché la loro musica
ha bisogno di tutt'altra atmosfera per essere
apprezzata e invece, complice qualche arrangiamento
troppo morbido (ad esempio, le tastiere che ammorbidiscono
l'irruente "Canada"), si disperde tra
il chiacchiericcio del pubblico. Alan Sparhawk
trova anche il tempo di mandare a quel paese qualcuno
che dalle prime file gli urla "go home!",
prima di ritrovare il controllo e di chiudere
il set con "La la song". Da risentire,
con più calma e con un pubblico più
civile.
Dopo un'attesa che è sembrata interminabile,
ecco i Radiohead, finalmente. Della bellezza del
loro concerto si è già detto: certi
momenti sono sembrati PERFETTI. Iniziano con l'angoscia
percussiva di "There there", per poi
scaraventare sulla folla il trascinante crescendo
di "2+2=5". Un inizio impressionante,
ma il meglio deve ancora venire, e alcuni brani
sono delle sorprese molto gradite; si va a pescare
indietro nel tempo, fino ad arrivare ad un'emozionante
"Fake plastic trees", passando per "Talk
show host", fino ad una sorprendente versione
di "Kid A" che fa pensare a Björk,
con la base ritmica in bella evidenza e la voce
libera da distorsioni, fino alla frastornante
"The national anthem", davvero uno dei
momenti migliori della serata, se non fosse per
quello che abbiamo ascoltato, increduli, poco
dopo: "Paranoid android" infuoca la
platea, mentre la successiva "Idioteque"
trasforma Piazza Castello in un enorme club all'aperto,
mentre Thom si abbandona ad una danza convulsa,
sfrenata, epilettica.
Non è ancora finita: dopo una dilatata
"Everything in its right place" che
chiude la prima parte del concerto, è Yorke
che rientra, accompagnandosi solo con la sua chitarra
acustica, per una versione da lacrime di "I
will"; torna anche il resto del gruppo, e
scarica su di noi l'aggressività rock di
"The bends" e una "The gloaming"
cupa e tagliente. Ancora pochi attimi, e tutto
finisce: prima una stupefacente "Sit down,
stand up" (forse, nella resa live, il miglior
brano di "Hail to the thief", insieme
a "Where I end and you begin"), per
poi terminare classicamente con "Karma police",
cantata all'unisono da tutti i presenti. Davvero
un concerto indimenticabile.
SCALETTA
1. There there
2. 2+2=5
3. Fog
4. Morning bell
5. Talk show host
6. Kid a
7. Scatterbrain
8. National anthem
9. Backdrifts
10. Sail to the moon
11. Fake plastic trees
12. Go to sleep
13. Where i end and you begin
14. Pyramid song
15. A wolf at the door
16. Paranoid android
17. Idioteque
18. Everything in it's right place
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19. I will
20. The bends
21. The gloaming
22. How to disappear completely
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23. Sit down, stand up
24. Karma police
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