E’ destino che il rapporto tra i Radio
Dept., sorpresa pop svedese che da un anno e mezzo
imperversa per l’Europa, e l’Urbe
viva di continui imprevisti e di paletti più
o meno ingombranti. Poco meno di un anno fa esordirono
sui palchi romani – sempre al Circolo degli
artisti – davanti a una trentina di persone;
evidente fu il loro scoramento, ma non bisogna
dimenticare come all’epoca lo splendido
“Lesser Matters”
fosse nello stivale italico materiale per pochi
intimi.
Oggi che il pubblico si è fatto decisamente
più numeroso i nordici, ridotti a terzetto
– dopo Per Blomgren, sostituito da una batteria
elettronica, se n’è andata via anche
la bassista Lisa Carlberg lasciando il progetto
sempre più saldamente nelle mani del duo
Duncanson/Larsson con Johannes Burström a
dare una mano alle tastiere – si presentano
in condizioni fisiche non propriamente ottimali,
debilitati dall’influenza. Questo comporta
un concerto breve ma decisamente intenso: meno
di un’ora per ripercorrere un’esperienza
musicale che sta ancora attraversando la propria
alba mostrando i segni inequivocabili di una giornata
radiosa.
I tre attaccano con una versione melodrammatica
e soffice di “Lost and Found” per
proseguire con quel capolavoro che risponde al
nome di “Why Won’t You Talk About
It?”, frastornante e ossessiva elegia in
tre minuti. In rapida successione l’album
d’esordio viene riproposto nelle sue pagine
più importanti ed esaltanti, da “Keen
On Boys” a “1995” – accolta
da un’ovazione – passando per “Where
Damage Isn’t Already Done” e “Bus”.
C’è anche tempo per ripescare “Pulling
Our Weight” dall’EP omonimo e per
dare vita a un pezzo nuovo, che fa ipotizzare
una persistenza della band negli stessi campi
d’ispirazione, almeno per il futuro più
prossimo.
Rispetto ad un anno fa i suoni sono più
compatti, è logicamente più corposa
la componente sintetica, la voce di Johan Duncanson
mostra una maggiore sicurezza. L’impatto
della band è decisamente più significativo
e la verve assai più coinvolgente, fattore
probabilmente da attribuire soprattutto al calore
di un pubblico educato e ben disposto –
anche i Blueprint, chiamati a svolgere l’ingrato
compito di gruppo spalla, sono stati accolti con
un’inaspettata benevolenza, gestendo il
set per una ventina di minuti e mostrando un suono
interessante ma fin troppo standardizzato, quasi
incapace di uscire da gabbie strutturali auto-imposte
-.
Così, dopo essersi più volte scusati
per il loro pessimo stato di salute, i tre lasciano
il palco ad appena tre quarti d’ora dall’inizio
del concerto. Fanno capolino, richiamati dagli
applausi della folla, solo per proporre un sintetico
bis, poi l’arrivederci si fa definitivo.
Eppure proprio nella loro uscita più scomoda
si può percepire la grandezza di questa
band, capace di ammaliare e di trasmettere calore
come pochi colleghi attualmente sembrano in grado
di fare. Applausi, come la prima volta, meritatissimi
(e resi più vigorosi dalla splendida citazione
di Woody Guthrie appiccicata sulla tastiera: “This
Machine Kills Fascists”).
collegamenti su MusiKàl!
Radio Dept. - Lesser
Matters
Radio Dept. - Pulling
Our Weight