Rumore di vento, e un sole che “a settembre
mi lascia vestire ancora leggera”. Inizia
così, quieto e incantato, il ritorno di
Cristina Donà. Sembrerebbe la descrizione
di una nuova ultima giornata
di sole, ma non
lo è: “La quinta stagione” è un
disco di profondità che sa farsi magicamente
leggera.
"Settembre” è la
chiave per entrare: il basso impedisce alle parole
di cadere, e la voce ammonisce che “è tempo
di imparare a guardare, di ripulire il pensiero,
di dominare il fuoco, di ascoltare davvero”.
Ed è un ammonimento soprattutto a se stessi:
partire dalle proprie forze, e piano piano aprirsi
all’esterno.
Cristina lo cantava già dieci
anni fa (era il tempo delle chitarre violente
di “Ho sempre me” e dei dolcissimi
spigoli di “Tregua”, ricordate?),
ma mai come ora, davanti alle dieci canzoni de “La
quinta stagione”, si ha la sensazione di
essere arrivati a un traguardo: quello di essere
sofisticati e poetici pur riuscendo ad arrivare
a tutti.
Certo, il primo impatto con le armonie
aperte di “Universo” e con i ritornelli
così lineari di canzoni come “L’eclisse” e “I
duellanti” può lasciare spaesati:
dove sono le bizzarrie, il giocare a nascondino
con la melodia, le soluzioni strumentali sorprendenti?
Beh, non ci sono, non qui. “La quinta stagione” è un
disco che non ha paura della semplicità.
E una volta capito questo, è come uno
scrigno di parole e armonie che si apre. Tutto è levigato,
non ci sono strappi, nemmeno quando le chitarre
si accendono all’improvviso (tra la batteria
che sussurra afasica sotto l’elegia di “Come
le lacrime” o nel ritornello di “Niente
di particolare”) o quando l’orchestrazione
si fa imponente, come tra gli archi e gli ottoni
di “Conosci”.
E, dietro a tutto questo,
c’è un grande pregio: “La
quinta stagione” è un disco che
nasce da un dolore profondo, e che trova nella
musica la forza per stare bene. Il canto è una
terapia, il suono serve a elevare lo spirito,
per guardare tutto dall’alto, come il magnifico
violino che vola sui panorami sconfinati di “Migrazioni”.
E si parla d’amore, con il sorriso innocente
che arriva dopo una sfuriata (la filastrocca
tra Yann Tiersen e Artemoltobuffa di “Non
sempre rispondo), con metafore sospese tra passione
e omicidio (la leggerezza mossa di “Laure”,
ispirata da “Il profumo” di Patrick
Süskind) e con la voglia di deporre le armi
(“I duellanti”, il pezzo che più di
ogni altro testimonia la vicinanza con Nada),
fino alla voce che esplode euforica in “L’eclisse”,
perché ha capito che sa abbandonarsi a
un’altra persona: “Nel caso un giorno
il cielo esplodesse, tu mi terresti le mani?”.
In pochi minuti, “La quinta stagione” compie
il tragitto più difficile: da se stessi
alla bellezza dello specchiarsi negli occhi di
un’altra persona. E se questo non è un
piccolo miracolo, per un disco pop, allora cos’è?
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