Se siete parte di quella cerchia di persone che
crede esista un sublime punto d’incontro
che lega indissolubilmente l’idiozia alla
genialità, “Pròffiti Now!”
dei Mariposa è decisamente l’album
che fa per voi. Questo sgangherato gruppo che
chiama la propria musica componibile ha
i natali a Bologna pur provenendo da Arezzo, Montevarchi,
Verona e Messina: si potrebbero dunque definire
corpi componibili, se volessimo stare al
loro gioco. Hanno esordito autoproducendosi nell’irrisolto
“Portobello illusioni” – il
cui titolo rimandava direttamente alla satira
dissacrante di Rino Gaetano – e da lì
hanno iniziato un complesso viaggio nell’anarchia
e nell’iconoclastia, prima assemblando ipotesi
di colonne sonore, trip lisergici, canzonetta
e avanguardia in “Domino Dorelli”
uscito per la Santeria, poi congelandosi nella
contorsione bellica di “Suzuki Bazuki”
che ha segnato il loro ingresso nella Trovarobato.
Prima di arrivare a “Pròffiti Now!”
hanno licenziato “Quanti sedani lasciati
ai cani”; il loro percorso di formazione
sembra oramai abbastanza ben delineato. L’ultimo
lavoro, pur mantenendo i germi della demenza e
del nonsense che contraddistinguono l’ipotesi
musicale ed etica della band mostra segni di gigantismo
e avanza pretese non da poco, fin dalla mole doppia.
I brani vengono sezionati da interventi ipotetici
alla “prima conferenza sulla musica componibile”,
alla quale partecipano un po’ tutti, da
Franco Fabbri a Stefano Isidoro Bianchi, da Riccardo
Bertoncelli alla scena musicale attuale (e non),
con contributi vocali a tratti francamente spassosi.
Da un punto di vista prettamente musicale la varietà
stilistica della band continua a evolversi in
una tensione continua che porterà presumibilmente
a un’esasperazione prima o poi insostenibile.
Ma per adesso ben più che sostenibile,
direi: se in “Trovarobato” le citazioni
diventano fin troppo palesi, mescolando Celentano
e canti partigiani (“Fischia il vento”,
nello specifico), per il resto si lavora di fino,
raggiungendo i picchi nella sospensione magica
che accompagna “L’asta degli oggetti
scivolati” e nella delicata danza “Pretzel”
(dedicata al salatino che arrivò a pochi
centimetri dallo strozzare George W. Bush).
“La stima del manicomio”, capace
di rendere cosa sola elementi sonori del tutto
antitetici tra loro – addirittura la sigla
de “L’almanacco del giorno dopo”
della RAI, ovvero “Chanson Baladée”
di Riccardo Luciani -, è l’ennesima
dimostrazione delle potenzialità di questo
particolarissimo combo nostrano: che non sempre
comunque colpisce al cuore e non sempre sembra
scegliere la via più adatta, a tratti scadendo
francamente di tono. L’arte del paradosso
e del surrealismo tout court è difficile
da percorrere senza inciampare, e i nostri non
sempre mostrano il piede sicuro; ma sono debolezze
da perdonare, soprattutto in vista di una crescita
continua ed esponenziale, sia da un punto di vista
compositivo – ascoltare per credere “Le
signorine centroamericane”, “Radio
Marea” e la strepitosa progressione di “Teen
Vaginas Can Destroy Your Life” – che
puramente letterario (“Ci siamo presi una
pausa per riflettere/non abbiamo riflettuto perché
eravamo in pausa/non abbiamo nemmeno riflesso”
recita “Talaltri”), anche se a volte
si notano ancora svisate inutili e ricerca di
rime fin troppo facili.
Insomma, ancora non è ben chiaro se finiremo
per appioppare agli ondivaghi Mariposa l’appellativo
di dementi o di geni, ma fa bene
al cuore sapere che in giro per la nostra penisola
c’è gente così libera di testa
da permettersi il tutto. E fa bene sapere che
sono anche autoironici, consapevoli di come da
taluni questo tutto potrebbe essere considerato
nulla.