AA.VV. - Estrella Damm - Primavera Sound 2006 (Barcellona) (1-3 giugno 2006)
di Hamilton Santià
"Sono andato a Barcellona."
"Wow! Hai visto la Sagrada Familla?"
"Ehm... no"
"il Camp Nou?"
"Mmm..."
"Le case di Gaudi?"
"Ecco..."
"Ma insomma, che diavolo hai fatto?"
Vallo a spiegare all'amico che non ha mai visto un concerto in vita sua che cos'è un festival musicale. E vagli anche a spiegare perché te ne vai a Barcellona per stare tre giorni in un enorme spazio di cemento in cui si suona dalle quattro del pomeriggio alle sei del mattino. Me ne torno in Spagna quindi, quasi un anno dopo il fantastico Benicàssim 2005. Niente campeggio gratuito, non è previsto. Anche questa volta, la compagnia di melomani è assai nutrita e ci fa andare tutti in una casa del centro di Barcellona. Una vacanza nella vacanza. Una vacanza a ritmo di musica, in maniera totale. Non solo per il festival, ma per tutto il contorno. A cinque minuti dal nostro appartamento c'è una via dove ci sono solo negozi di dischi. E i dischi, in Spagna, costano pochissimo. Un mio amico ha comprato "Rathed Ripped" dei Sonic Youth, appena uscito, a 13 euro. A vedere i prezzi dei nostri negozi, non ci si crede. Eppure è così. Per la Spagna, la musica pop è una vera istituzione. il che spiega come mai i festival più importanti sono considerati degli importantissimi eventi culturali. Ci si chiede quando sarà possibile vedere, in italia, una cosa del genere. Certo, Frequenze Disturbate e Spaziale Summer si avvicinano, ma qui è tutt'un altra cosa. Big Star, Flaming Lips, Dinosaur Jr., Motorhead, Violent Femmes, Mogwai, Stereolab, Yeah Yeah Yeahs, Yo La Tengo eccetera eccetera. Tutti assieme. E quando ti ricapita una cosa del genere? In Spagna a Benicàssim, ovviamente. O in Inghilterra, ma quello è un altro discorso. Due modi altri di intendere la musica, troppo lontani da quello italiano. Logico quindi emigrare per un fine settimana e godersi una risma di grandi concerti.
Le premesse
Quando frequenti un festival devi renderti conto
di alcune cose. Non dormi. Mangi poco. Bevi poco.
il cibo costa tantissimo e fa mediamente schifo.
La birra è quella che sponsorizza il festival.
Una pinta di Estrella Damm costa 2 euro - ma è
più piccola di una nostra bionda piccola
- e il business è enorme. Ma devi fare
parecchie scelte. Ad esempio: spreco mezz'ora
in coda al bar per bere o vado a guadagnarmi la
prima fila per il concerto X? Poi c'è il
problema dell'igiene. Nel Fòrum non c'è
un posto per lavarsi le mani e dopo aver fatto
l'ennesima pisciata nel bagno chimico di turno,
non è il massimo. Ma questi sono problemi
minori. Una volta entrato nell'ottica del festival,
diventa tutto automatico. E come lo sai tu, lo
sanno anche le tue gambe. Ti reggono in piedi
per tre giorni senza dire niente, per poi distruggersi
nel momento esatto in cui si mette piede sul pullman
per l'aeroporto.
Giovedì 1 Giugno
Il Parc del Fòrum è un enorme spazio
fieristico in riva al mare. Ci si arriva con la
metropolitana e puoi notare il fantastico stacco
tra la città - che fuori dai cancelli continua
la sua vita di tutti i giorni - e l'esercito di
giovani europei che vive i suoi orari sballati
muovendosi in massa tra i palchi e i banchetti
di questa enorme distesa di cemento. Nemmeno il
tempo di ambientarsi e cominciano i concerti.
i primi a salire sul palco Fira - il minore, dove
suonano soprattutto gruppi spagnoli - sono gli
Stay, esordienti dediti ad un guitar-pop figlio
della british invasion degli anni '90. Tra brani
originali e cover - "Making Time" dei
Creation, "September Gurl" dei Big Star,
"Chicago" di Graham Nash - il set va
via tranquillo e con punte di divertimento. Dopo
un po' di sottofondo di gruppi non esattamente
eccelsi e un giro tra le bancarelle discografiche,
arriva il momento dei The Drones - palco Vueling
- una noise-rock'n'roll band che non regala niente
se non un po' di sana caciara che finisce per
annoiare quasi subito. Non che sul Danzka le cose
vadano meglio, i Castanets sembrano la personificazione
del tedio, ed ascoltare quel pop malinconico e
venato di pretese post-rock è forse l'ultima
cosa di cui sento la necessità. Molto meglio
chiacchierare un po' e osservare le funanboliche
esibizioni dei già ubriachi inglesi. Almeno
fino all'inizio dei Motorhead, che preferisco
ad una fin troppo fuori contesto No-Neck Blues
Band. Ora, i Motorhead. Che cosa diamine ci fa
un gruppo coatto come quello di Sua Santità
Lemmy in mezzo ad un cartellone di indie-star
è ancora un mistero, ma non è importante.
Questo perché il power-trio mette in scena
un set di puro ed energico rock'n'roll. Tutto
uguale, tutto stereotipato, tutto bellissimo.
Un'ora e mezza ai 200 km/h e a volumi altissimi,
con Lemmy Kilminster - sessantuno primavere -
ancora intento a massacrare il suo Rickenbacker
e a parlare di puttane nelle solite canzoni da
tre accordi. Azioni salienti del concerto, una
"Ace of Spades" da brividi e una lunghissima
"Overkill" da delirio generale. La conferma
prima che i Motorhead sono tutto tranne che un
gruppo metal.
Ma il punto più alto della serata deve ancora essere toccato. Dopo la bolgia elettrica di Lemmy, andiamo a gustarci il delicato set emo-rap di Why?. L'ex cLOUDDEAD propone il suo bell'esordio "Elephan Eyelash" con freschezza, nonostante sia un set più adatto all'Auditori - di cui si parlerà più avanti - che non ad un palco all'aperto. Soddisfatto, mi gusto la gay-spensieratezza degli I'm From Barcelona. Trenta allegri cazzoni svedesi - dei quali almeno venticinque sono oggettivamente inutili - che saltano e cantano cori stupidi in canzoni pop da farti fare "na na na na naaa". Per gli amanti del pop e della gioia di vivere, la fine di tutto. Fine di tutto che arriva con gli Yo La Tengo, che finalmente riesco a vedere con dei volumi come iddio comanda. L'anno scorso a Benicàssim furono la delusione più grande. Quest'anno, invece, non fanno prigionieri e stendono tutti con un'ora e tre quarti di grandissimo indie-rock. Tra classici - "Tom Courtney" e "Stockholm Syndrome" su tutti - nuove canzoni - carine ma non esattamente memorabili - e strumentali mozzafiato da distruzione sonora - "i Heard You Looking" da venti minuti e pelle d'oca e lacrime, come se fosse l'ultima cosa da ascoltare prima di morire - ne esce fuori uno di quei concerti che ti fanno considerare tutto il resto inutile e privo di senso. Ne fanno le spese i Two Many Dj's. Se già di solito non sono la mia tazza di thé (sano cerchiobottismo, in realtà mi fanno cagare), dopo la furia estatica di Ira Kaplan risultano irritanti e fastidiosi. Ma i miei amici volevano ballare e me li sono dovuti subire lo stesso. Contenti loro. Erano le tre di notte e al Fòrum c'era un freddo che te lo raccomando.
Venerdì 2 Giugno
Dopo la non indolore sveglia è tutto un
parlare di Yo La Tengo. "Che cazzo di
concerto!". "Ma hai visto che
roba?". "Ne voglio ancora".
E in sottofondo le immagini di Nadal che incominciava
a dominare Roland Garros. Barcellona è
così. La quiete prima della tempesta. Ci
attende una giornata massacrante da cui se ne
uscirà con le ossa rotte ma il cuore felice.
Ma andiamo con ordine e parliamo dell'Auditori.
L'Auditori è un enorme (4000 posti) sala
per concerti e conferenze ed ha l'acustica migliore
del mondo. Qui sono stati organizzati i concerti
più "sapidi" del festival - come
gli Shellac (...) - e ad aprire le danze ci pensa
Owen Pallett a.k.a. Final Fantasy. Le costruzioni
sonore che il violinista di Arcade Fire riesce
ad imbastire col solo ausilio dello Stradivari
sono stupefacenti e commoventi. Le canzono sono
bellissime. Romantiche. Eteree. E sullo sfondo,
silhouette mobili disegnano storie di minimale
malinconia. Da lacrime. Tutto l'opposto José
Gonzales, che su disco un paio di melodie le azzecca
anche, ma dal vivo pare decisamente superfluo.
Meglio uscire, farsi abbagliare dal sole e andare
a scoprire gli Appleseed Cast, che quando puntano
sulle canzoni - Built to Spill + emo - sono anche
fichi, ma quando tirano gli strumentali-post-pippajoli
fracassano i 'siddetti. Un po' l'esatto contrario
dei Constantines, che puntano tutto sulla potenza
di un rock'n'roll tra Husker Du, Afghan Whigs
e Trail of Dead. Deliranti, approssimativi e potentissimi.
Una grandissima sorpresa. Un gruppo con le palle
quadrate che vive per stare su un palco. Un po'
come i Drive-By Truckers, che arrivano dopo un
signorile set di Mick Harvey. Gli americani sono
i portabandiera del miglior rock americano e sul
palco ci sanno fare. Un po' Crazy Horse, un po'
Almann Brothers Band, un po' Uncle Tupelo. Sanno
suonare e sul palco si divertono - e fanno divertire...
- da matti. E' vecchia scuola, lo so. E allora?
Sempre meglio di Jens Lekman. Che, per carità,
è anche bravo, ma non è esattamente
quello che voglio vedere dal vivo tra una cavalcata
elettrica e quello che mi aspetta dopo. Così
come i Killing Joke (che hanno iniziato a suonare
sul palco Estrella Damm, quello principale). Un
gruppo che, dimentico del glorioso passato, si
è trasformato in un mostro tra Frankenstein,
Cesare de "il Gabinetto del Dottor Caligari"
e i Ramstein. Pena e schifo. Una sofferenza per
le orecchie. imbarazzanti a livelli mai visti
se paragonati a quello che sarebbe arrivato dopo.
Dinosaur Jr. e Flaming Lips.
Dai Dinosaur Jr. non mi aspetto altro del solito, rumorosissimo concerto che l'anno scorso avevano scaraventato sui trentamila di Benicàssim. Ma questa volta c'è qualcosa di più. Dopo un anno di concerti, J Mascis e Lou Barlow sembra abbiamo iniziato a scambiarsi qualche parola e il chitarrista - sempre più brutto, per inciso - ha guadagnato molta più confidenza con il palcoscenico. insomma, è preso bene e ne deriva una scarica di adrenalina e rumore che raddoppia in potenza quella dell'anno scorso. Le canzoni sono sempre quelle - più la graditissima sorpresa di "The Wagon" - ma il coinvolgimento emotivo è doppio. Sono più compatti e si divertono di più. "Fury Little Thing" e "Sludgefeast" sono pugni nello stomaco. "Just Like Heaven" è come se ti investisse l'ottovolante più veloce del mondo. "Freak Scene" è semplicemente "Freak Scene". Un rumore catartico che ti rimane nelle orecchie per tutta la notte e non riesci proprio a vedere il buono che c'è nelle Sleater-Kinney e i New Christs (cioè, insomma, hanno volumi normali, capite?). C'è solo una persona capace di mettere le cose sui giusti binari. E quella persona è Wayne Coyne. i Flaming Lips sono il giusto contrappunto al nichilismo di J Mascis. Sono una giostra. Disney e Warner Bros. Phil Spector e Brian Wilson. La famiglia Partridge ed Happy Days. Allen Ginsberg e il maestro Yoda. Tutti assieme senza filo logico in uno space mountain psichedelico dove il pop diventa vita e la vita diventa pop. impossibile da descrivere razionalmente questo affare che è molto più "esperienza" che "concerto". Un po' di titoli per gli amanti delle statistiche? "Race for the Prize", "The yeah yeah yeah Song", "Free Radicals", "Yoshimi Battles the Pink Robot", "She Don't Use Jelly", "Do You Realize?". E dopo non rimane più niente. Tutto fa schifo. E qualunque altra cosa romperebbe la felicità, do you realize?
Sabato 3 Giugno
Estasiati, pensiamo a J Mascis e Wayne Coyne e
vogliamo rivederli. in tv Nadal continua a mietere
vittorie e io, in realtà, penso solo a
quello che succederà alle ore 19: vedrò
Alex Chilton dal vivo. Vedrò Alex Chilton
sotto il nome Big Star. Vedrò Alex Chilton
che farà le canzoni dei suoi primi due
dischi. Ed è qualcosa che non si può
spiegare in parole. Insomma. Uno dei tuoi cinque
gruppi preferiti di tutti i tempi arriva e ti
suona le sue canzoni migliori. Come restare tranquilli?
Naturale quindi che, nonostante Vashti Bunyan
stia facendo un set toccante all'Auditori si preferisca
andare via ed aspettare l'apertura del palco principale
per arrivare in prima fila. Ovviamente non c'è
nessuno. Sono tutti - com'è logico - andati
a vedere la Akron Family (che io ho già
visto) e molti altri andranno a vedere gli Shellac,
che suonano nello stesso momento di Chilton. Ma
non importa. Per i Big Star questo e altro, anche
se ho il grande timore di una mezza sòla.
Timore scacciato dalle prime note di "in
the Street". Jody Stephens pesta sulla batteria
come una macchina da rock'n'roll nei suoi giorni
migliori, Jon Auer e Ken Stringfellow - Posies
- garantiscono dinamismo e freschezza e Alex Chilton
ha ancora le corde vocali di una volta. il tempo
non lo ha reso certo più saggio, ma adesso
può gustarsi il successo che si merita
e davanti a lui ci sono un migliaio di persone
commosse come se fossero al loro primo concerto.
Quando parte "The Ballad of El Goodo"
si trattengono a stento le lacrime e su "Thirteen"
non ti rendi bene conto di quello cui si sta assistendo.
Hai consumato i solchi di quel disco dalla copertina
blu e non ti sembra vero che ora quell'uomo sia
lì davanti a te a cantare due tra le tue
canzoni preferite. Arrivano anche "September
Gurl", "Feel" e alcuni estratti
del nuovo "In Space",
presentati da un Chilton che, con ghigno beffardo,
sentenzia: "Avete comprato il mio nuovo disco?
Fra trent'anni lo amerete". Come biasimarlo,
col destino bastardo che si è trovato?
Emozioni in crescendo. Oggettivamente un buon
concerto di rock'n'roll, divertente al punto giusto.
Soggettivamente, uno dei momenti più belli
della mia vita musicale.
Arriva poi il turno della Undertow Orchestra. Favoriti dal "clash" con Lou Reed - già visto: uno schifo - ci sediamo nella prima fila dell'Auditori, scalzando i deliranti fan degli Shellac, e assistiamo ad uno dei migliori e sorprendenti concerti del festival. La band altro non è che l'insieme di David Bazan - Pedro the Lion - Mark Eitzel - American Music Club - Will Johnson - Lambchop, Centr-O-Matic - e Vic Chesnutt - Vic Chesnutt - e fanno un greatest hits delle loro migliori canzoni. Il risultato è toccante. Un'ora di groppi in gola con alcuni dei migliori songwriter degli ultimi anni. Vic Chesnutt è di un'umanità imbarazzante - alla faccia della sfiga che lo ha ridotto su una sedia a rotelle - ed è forse il più grande talento inespresso degli ultimi anni. Lui è la personificazione di chi si rimette in piedi dopo una caduta rovinosa. Quando il dolore diventa troppo forte, lui c'è sempre. Ed è bellissimo. Come le canzoni di Will Johnson, musicista scoperto quel giorno. Un concerto davvero intenso. Alla fine nemmeno ti sembra sia passata un'ora e ne vorresti di più. Spettacolo opposto, quello invece proposto dai Brian Jonestown Massacre. Alfieri di una psichedlia "vecchio stile" sulla scia dei Dead Meadow, Comets on Fire e Warlocks, gli americani si lanciano in blues acidi immersi nei fumi delle code strumentali. Da sottolineare l'ultimo pezzo, un delirio di venti minuti su una nota sola e il tamburellista: un uomo orribile che si scola bottiglie di vino rosso e scuote il tamburello e basta. L'uomo rock'n'roll definitivo in attesa del circo di strada dei Violent Femmes, che nonostante l'età ed una presenza scenica imbarazzante - Gordon Gano sembra Marzullo - sanno offrire un spettacolo divertente ma, personalmente, non troppo esaltante. Ok, su "Blister in the Sun" e "Add it Up" parte la danza, ma per il resto non riesco ad annoverarlo tra i grandissimi concerti di questo festival. Certo però che Brian Ritchie è un bassista mostruoso.
Me ne vado a vedere gli Stereolab con un sorriso stampato in faccia grosso così. il loro pop retro-psichedelico ed ottimamente suonato offre un intrattenimento azzeccato. Una sorpresa positiva. Ultima nota per i Mogwai. Nonostante il post-rock sia forse la cosa che ho meno voglia di ascoltare in questo periodo, propongono il loro solito set con eccezionale mestiere. Molto freddi, ma con volumi da capogiro. Per motivi di forza maggiore - l'aereo - devo però abbandonare il festival a metà set, mettendo fine ad un'esperienza straordinaria.
Conclusioni
il Primavera è certamente uno dei grandi
appuntamenti del calendario dei festival. Anno
dopo anno l'organizzazione diventa impeccabile
e quei piccoli difetti che prima accennavo - i
cessi, il prezzo del cibo - spariscono grazie
ad una proposta artistica di primissimo rilievo.
E' certamente un evento cui vale la pena prendere
parte, perché per una volta puoi sentirti
parte di qualcosa di "grosso", che sarà
ricordato in futuro. i grandi festival estivi
sono così. Ti illudono per un paio di giorni
che la musica indie sia qualcosa che investe molta
più gente dei soliti quattro gatti. E quando
torni alla vita di tutti i giorni un po' ci stai
male. Sia perché ricominci il routinario
tran-tran, sia perché ti ricordi che i
concerti, a casa tua, li vedi sempre assieme alle
solite tre persone.
collegamenti su MusiKàl!
AA.VV. - X Festival
Internacional de Benicàssim
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Big Star - In Space
Flaming Lips - At
War With The Mystics
Flaming Lips - The
Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi
Battles The Pink Robots
Dinosaur Jr. - Teatro
della Concordia (Venaria - TO)
Mogwai - Mr.
Beast
Mogwai - Government
Commissions (BBC Sessions: 1996-2003)
Stereolab - Fab
Four Suture
Stereolab - Intervista
(20-11-2001)
Yeah Yeah Yeahs - Show
Your Bones
Yo La Tengo - Prisoners
of Love
Yo La Tengo - Summer
Sun
Yo La Tengo - And
Then Nothing Turned Itself Inside-Out
Yo La Tengo - Fakebook
Castanets - Cathedral
Stephen Dewaele (2 many dj's, Soulwax)
- Intervista
(10-10-2005)
Shellac - Concerto
al Nuovo Estragon (Bologna)
Final Fantasy - He
Poos Clouds
Posies - Every
Kind Of Light
Built to Spill - Ancient
Melodies Of The Future
Husker Du - Zen
Arcade
And You Will Know Us By The Trail Of Dead
- Worlds Apart
Drive-By Truckers - A
Blessing and a Curse
Jens Lekman - Oh,
You're So Silent Jens
Vashti Bunyan - Lookaftering
Akron Family - Akron/Family
Lou Reed - le
recensioni
Mark Eitzel - The
Ugly American
Mark Eitzel - The
Invisible Man
Lambchop - Is A
Woman
Vic Chesnutt - Ghetto
Bells
Dead Meadow - Feathers
Comets On Fire - Blue
Cathedral
Warlocks - Surgery
23 giugno 2006
