I dietrologi sostengono che Neil
Young abbia ormai preso l’abitudine
di incidere un album tecnicamente perfetto più
o meno periodicamente ogni 7 anni. In effetti
gli elementi di continuità fra “Harvest”,
“Comes a time”, “Old ways”,
“Harvest moon” e “Silver &
gold” sono più d’uno. Soltanto
cinque anni separano l’ultimo della lista
dal nuovo “Prairie wind”, ma la teoria
della continuità non sembra cadere: anche
ora Ben Keith, oltre a far gemere la propria steel
guitar, co-produce insieme a Young, anche ora
l’organo è di competenza di Spooner
Oldham, anche qui l’atmosfera è malinconica
e introspettiva come nei suoi predecessori, ancora
una volta uscirà una pellicola celebrativa,
si dice a febbraio, girata dal celeberrimo Johnatan
Demme (Philadelphia, Il silenzio degli innocenti).
“Prairie wind” presenta comunque
alcune novità, innanzitutto negli arrangiamenti,
vista l’inusuale adozione di una sezione
di fiati e di un intero coro gospel, ma anche
nelle canzoni, soprattutto in “No wonder”,
ennesima riflessione sugli eventi dell’11
settembre ma unico pezzo di questo album in cui
possiamo sentire una chitarra elettrica ruggire,
anche se in secondo piano. Tra le composizioni
pacate e innocue che escono in prevalenza dalla
penna di Young spiccano i momenti più oscuri
e meno agresti come la title-tack o la già
citata “No wonder”, quelli più
spensierati e movimentati come “Far from
home”, particolare per il dialogo tra armonica
e fiati, e uno spiritual in piena regola come
“When God made me”. Come in “Harvest”
e “Harvest moon”, anche in “Prairie
wind” la scaletta presenta una ballata d’amore
dove sono gli archi a prevalere, in questo caso
“It’s a dream”.
Non è stato finora un anno facile per
Neil, che ha dovuto affrontare un’aneurisma
cerebrale in primavera e la morte del padre a
giugno, e questo disco non aggiunge nulla di nuovo
alla sua quasi quarantennale carriera, che manca
di un vero capolavoro da “Sleeps with angels”,
cioè dal ’94. Più che altro
ci ricorda che stiamo parlando di un uomo con
alle spalle una carriera sfibrante e tortuosa,
alla soglia dei sessanta, da cui non possiamo
più, e forse non dobbiamo, attenderci assoli
epilettici o lunghe fughe elettriche, ma il cui
elettroencefalogramma si presenta tutt’altro
che piatto al confronto di quello di altri suoi
coetanei.
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Neil Young - la Kalporzgrafia