Ecco ancora i King
Crimson. Le defezioni di Tony Levin e di Bill
Bruford (protagonisti in quel formidabile doppio
trio di "Thrak" e soprattutto delle straordinarie
esibizioni live successive all'uscita di quel
disco) avevano fatto sorgere delle preoccupazioni
per il futuro del Re, preoccupazioni che in parte
erano state confermate dall'uscita, nel 2000 del
controverso "The ConstruKction
of light", album mancante soprattutto di intensità,
esercizio di indubbio stile, ma che in quel caso
sembrava almeno in parte giustificare le accuse
(altre volte per lo più campate in aria o frutto
di ascolti non particolarmente attenti) di estetismo
fine a se stesso.
Questo nuovo "The Power to Believe" appare innanzitutto,
già dopo qualche ascolto, un disco più intenso
ed emotivamente carico rispetto al predecessore.
Il filo conduttore è la title-track, presente
in quattro parti, che si fonda su un'esile ancorché
suggestiva melodia cantata da una voce aliena,
affascinante mistura di passato e futuro, presentata
nella prima parte senza alcun accompagnamento
strumentale (può ricordare "Peace - a beginning"
da "In the wake of Poseidon").
Nella seconda parte la melodia stessa viene cantata
nel contesto di un pezzo di grande consistenza
musicale, impregnato di densi profumi esotici,
con atmosfere vicine a quelle dell'inizio della
prima parte di "Larks'
tongues in aspic", con Mastelotto a fare il
lavoro che all'epoca fu di Bruford e Muir, con
soundscapes avvolgenti e uno splendido solo di
Fripp a concludere il brano: poche, lunghe note
che portano lontano.
La terza parte è la più inquietante: la solita
melodia viene spezzettata per lasciare spazio
ad un teso dialogo tra la sezione ritmica ed un'ululante
chitarra frippiana. Il tutto va a stemperarsi
nell'etereo accompagnamento di soundscapes che,
nella quarta parte del brano, accompagna la melodia
iniziale, con la quale il disco si conclude allo
stesso modo in cui era iniziato (altra analogia
con "In the wake of Poseidon").
Ma passiamo ai rimanenti brani. "Level five"
è l'ennesima riflessione formale sulla struttura
di Larks' Tongues in aspic", e c'è da dire che
si tratta molto probabilmente della più efficace
ripresa di quei temi dai tempi del mitico disco
del 1973.
"Eyes wide open": quella che è l'erede di "Matte
Kudosai" o "One time", se vogliamo ( i Crimson
come ben sappiamo hanno abbandonato , dopo "Starless",
l'epicità del loro lato romantico), si presenta
come una canzone raffinata, che non colpisce molto
al primo impatto ma guadagna con l'aumentare degli
ascolti.
"Facts of life" è un brano potente, con una ritmica
che non lascia scampo ed un refrain che potrebbe
ricordare i Nine Inch Nails o i Living Colour
del grande e sottovalutato "Stain" (non a caso
in questo disco si avverte più d'una volta il
mutuo scambio di influenze tra il Re e i suoi
"allievi" come certamente sono Vernon Reid, i
Tool e, almeno in parte, Trent Reznor). Un brano
che è una clamorosa dimostrazione di vitalità,
energia crimsoniana allo stato puro.
Stesso discorso può essere fatto per la già nota
"Happy with what you have to be happy with", altro
brano veramente poderoso, sulla linea di "Facts
of life", culminante nello scioglilingua del titolo.
Ottima idea l'aver adattato la voce di Belew all'interpretazione
di brani come questi, anche mediante trattamenti
vari, come già era stato fatto in "ProzaKc Blues",
uno dei migliori pezzi del disco precedente.
"Dangerous curves" presenta una progressione
che ricorda in qualche modo i Crimson del secondo
lato di "In the wake….", il tutto ovviamente in
un contesto di sonorità tecnologicamente avanzate
di 33 anni (!).
Questo album, in definitiva, ci dice che i King
Crimson sono in forma, e ciò risulterà chiaro
ad ogni ulteriore ascolto. La paura di ritrovarci
di fronte ad un'opera in un certo senso involuta
e rinchiusa in se stessa come la precedente affiora
in realtà, a parere di chi scrive, nel quarto
brano, "Elektrik", dal suono molto simile nella
parte iniziale al suono di "The construKction…"
, ma come descritto tale paura è ben presto fugata.
Nel trentaquattresimo anno di carriera, un disco
come questo potevano farlo solo i King Crimson.
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