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PORTISHEAD - Concerto al Saschall (Firenze) (31 marzo 2008)

di Piero Merola

foto Annalisa Russo

A volte le utopie sono smentite dalla realtà . Così i Portishead improvvisamente smettono di essere una di quelle band che avresti voluto vedere dal vivo tornando dopo undici anni di inattività con l’agognato seguito dell’eponimo “Portishead” che aveva confermato l’importanza del trio dopo il clamoroso “Dummy” di tre anni prima.
Innovatori del sound anni '90, codificatori di un genere - il trip-hop - permeato però da un’ineffabile quanto vincente mix di influenze e venature. Un irripetibile connubio di tinte fredde (elettronica, hip-hop, avanguardia) e calde (jazz, lounge, colonne sonore vintage) tenuto insieme dalla magnifica voce di Beth Gibbons, unica erede possibile di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins.
L’attesa è resa estenuante dall’inopportuna idea di far aprire la serata ai pur validi A Hawk And A Hacksaw, collettivo etno-folk guidato da Jeremy Barnes dei pionieri dell’indie folk (i Neutral Milk Hotel) che intrattiene, o prova a intrattenere, la platea con i suoi motivi klezmer da film di Kusturica. Trascurato il repertorio più coraggioso, al rumorismo avant-balcanico preferiscono per ovvi motivi cedere a derive ai limiti della patchanka che poco si confanno alle atmosfere della serata.

Per fortuna che più o meno puntuali i tre profeti di Bristol, accompagnati da altrettanti musicisti sfilano silenziosi sul palco mentre sul triplo schermo è proiettato il logo/copertina di questo attesissimo “Third”. Inevitabile che scelgano di partire con del materiale nuovo.
Il tetro incedere di “Silence” con quell’orchestrazione da thriller e i fendenti riverberati di Adrian Utley alla chitarra rapiscono subito il Saschall. Il tripudio alle prime parole scandite dall’inquietante Gibbons - sguardo perso nel vuoto, ricurva sul microfono, magra e smunta non sono per la maglia e i pantaloni neri – dura poco. Prevarrà una lunga ipnosi mista ad estasi. “Hunter”, vellutata pop song per chitarra acustica con la chitarra e gli effetti costruiti da Geoff Barrow (percussioni, drum machine e chissà quante altre cose che solo lui sa) costantemente vicini alla deflagrazione svaniscono in maniera intermittente in una di quelle melodie ammalianti e macabre che piacerebbero non poco a Lynch. Come “The Rip” – altro brano inedito – che, a differenza della suddetta più che gli Air richiama certe ballad folk in salsa celtica, eteree quanto fatali, pur sfociando in un imprevedibile crescendo electro.

Soffermandosi sui brani di questo “Third”, non serve troppo intuito per intravedere una svolta nel suono del trio britannico. “Machine Gun” sconfina in un gelido industrial su cui la voce si adagia sorprendentemente bene. Emergono in altri due brani, invece, quei sentori che avevano fatto sbilanciare qualcuno nel definire “Third” il “Kid A” dei Portishead. Proprio ai Radiohead i Portishead avevano passato simbolicamente il testimone nel 1997. Era l’anno di “Ok Computer” e nessuno al pari delle due band che finiscono per –head può dire di esser riuscito a ricostruire destrutturando il pop di fine secolo affannosamente alla ricerca di una sua identità dopo l’esplosione dell’elettronica. Così i due percorsi quasi si ricongiungono in “Nylon Smile” e “Magic Doors” con il coagularsi di sonorità elettroniche e ritmiche incessanti tra controtempi, percussioni quasi tribali e deliri rumoristi tenuti su dalle melodie stranianti della Gibbons perse tra tastiere e orchestrazioni. Senza abbandonare la melodia.

Perché oltre a innovare, i Portishead, hanno scolpito nell’immaginario collettivo canzoni e motivi d’antologia. Che non possono mancare neanche stasera. Così nell’alternanza tra vecchio e nuovo, passano in rassegna - eseguiti neanche a dirlo con una precisione da vere macchine malgrado il ricorso a un basso e a una batteria di supporto, peraltro impeccabili nel riprodurre le basi degli album – i meravigliosi downtempo da “Dummy”. Da una cupa “Mysterons” da brivido al classico “Sour Times”, assolute colonne sonore degli anni 90 passando per il commovente romanticismo di “Wandering Star” e “Glory Box”. La voce della rossa ninfa metropolitana sembra non aver subito gli effetti del tempo. La platea è incantata, per fortuna solo in pochi riescono a sfuggire all’ipnosi abbandonandosi a inopportuni scrosci di applausi e urla. Non solo synth, rhodes e quegli effetti urlanti e gementi che sembrano godere di vita propria, persino gli scratch in presa diretta dell’eclettico Barrow (colui da cui tutto ebbe inizio) sono al millimetro. Se non lo si vedesse negli schermi su cui scorrono immagini visionarie miste a particolari del palco in dissolvenze ubriacanti, si potrebbe scambiare il soffuso intimismo della splendida “Only You” per un playback. Tutto il concerto, a dire il vero, potrebbe sembrare un enorme bluff. Non una sfumatura sbagliata, non un suono fuori posto, non una linea vocale poco all’altezza di cotanto nome.

Tra gli altri estratti del secondo album spicca una dolente “Over” da far gelare il sangue e la prorompente claustrofobia di “Cowboys” che annebbia le menti chiudendo il set prima del break.
Coraggiosamente nel bis le luci si riaccendono sulla nuova “Threads”, crepuscolare scorcio cinematografico con echi stridenti che si alternano a sfoghi rock dissonanti e viscerali alla PJ Harvey. E, dopo l’applauditissimo intermezzo di “Roads”, l’idealtipo della ballad trip-hop, un ulteriore brano inedito, “We Carry On”, tratto da questo terzo disco che promette più che bene non solo per l’azzardo di reinventarsi con un suono diverso dal classico suono-Portishead.
La chiusura è schiacciante tra un’abietta ritmica in levare tagliata da chitarre alla Sonic Youth e asteroidi di effetti che tagliano l’aria con la voce di Beth inghiottita in un vortice tutt’altro che rassicurante. Uno spettacolo multidimensionale che si spegne cinicamente in un lampo.
Lasciando un senso di vuoto apparentemente incolmabile quanto il rimpianto di non aver potuto assistere a “Strangers”.
Ma d’altro canto ricorre il tormentone di cui sopra… Quale band avresti voluto vedere dal vivo?
E la consolazione è tutt’altro che magra.

1. Silence
2. Hunter
3. Mysterons
4. The Rip
5. Glory Box
6. Numb
7. Magic Doors
8. Wandering Star
9. Machine Gun
10. Over
11. Sour Times
12. Only You
13. Nylon Smile
14. Cowboys
---------------------
15. Threads
16. Roads
17. We Carry On

 

collegamenti su MusiKàl!
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A Hawk And A Hacksaw - The Way The Wind Blows
Air - Pocket Symphony
Air - Talkie Walkie
Air - 10.000 Hz Legend
Radiohead - la Kalporzgrafia
PJ Harvey - la Kalporzgrafia
Sonic Youth - la Kalporzgrafia

 

 

8 aprile 2008

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