Due anni fa, all’epoca di “In case
we die”, per gli Architecture In Helsinki
il massimo della confusione poteva essere un
luna park, e le urla lanciate dall’ottovolante
su cui si mostravano nel video di “Do The
Whirlwind”. Ora, di quei ragazzi timidi
e divertiti, non è rimasto grachè: “Places
like this” esplode di ritmo, come un palloncino
pieno di inchiostro che scoppia in faccia. Come
la città frenetica e brulicante di mille
vite ritratta in copertina, o come quella Brooklyn
in cui il leader della band, Cameron Bird, si è trasferito,
facendosi travolgere dall’energia della
città (il mito è duro a morire)
che non dorme mai.
L’istinto per la melodia è rimasto
intatto, ma “Places like this” è estroverso
ed energico come un bambino capriccioso: già dai
primi secondi di “Red turned white” si
viene catapultati tra sirene, percussioni e tastiere
caciarone, come un incrocio caotico e divertentissimo
tra un videogame e un luna park.
Magari è riduttivo
pensare alla gioia di questa musica come all’espressione
di musicisti che vogliono rimanere bambini, ma è proprio
all’infanzia che torna spesso alla mente,
quando si ascolta “Places like this”:
in “Hold music” i mocciosi improvvisano
cantilene hip-hop su cui irrompe una festa di
fiati, mentre in “Like it or not” (splendido
numero di pop bandistico alla Benni Hemm Hemm)
sembra di ascoltare gli stessi poppanti alle
prese con le prove delle carole di Natale.
E
sì, magari non si ha voglia di stare tutto
il giorno tra bambini sbraitanti, ma i ritmi
vocali e le esposioni di gioia della fantastica “Heart
it races”, gli echi del reggaeton che Cameron
ascoltava dalle strade di Brooklyn (“Debbie”)
e le piccole pause meditative (quella filastrocca
da cui gocciolano stille di battiti sintetici
chiamata “Underwater”) fanno di “Places
like this” una boccata d’aria fresca.
E gli Architecture In Helsinki prendono molto
seriamente il loro compito di creare vibrazioni
felici. Sono adulti cresciuti tenendo bene a
mente quella same old innocence a cui dedicano
l’ultima canzone del disco: un punk sintetico
che si dissolve in ronzii e tocchi di pianoforte,
come se i genitori fossero venuti a interrompere
la festa, riportando i bambini a casa e lasciando
nella stanza solo il ricordo di quel caos bellissimo
e festoso.