Alle sette di sera sono già in tanti ad
aspettare l'apertura dei cancelli del Palalido,
per l'unica data italiana di PJ
Harvey: c'è aria d'attesa, visto che
sono passati più di due anni dalla sua
ultima volta in Italia, nel 1998, quando Polly
Jane si era presentata con lo stile "depresso"
del suo album precedente, il rarefatto "Is
This Desire". Il nuovo "Stories
From The City, Stories From The Sea"
invece è un lavoro sanguigno, che con le
sue ballate rock intrise di New York e Patty Smith
lascia presagire uno show da vera primadonna,
che restituisca una PJ più femminile e
diretta. Purtroppo girano anche voci su una brutta
laringite, che fino all'ultimo sembrava mettere
in forse il concerto italiano. con un po' di trepidazione
la gente comincia a filtrare attraverso i cancelli,
o per lo meno attraverso le fessure che gli omoni
della security, parcamente e quasi controvoglia,
ci elemosinano.
Mentre il pubblico si riversa nel parterre e
sulle gradinate, lo spettacolo viene aperto da
un set di tutto rispetto: i Giant Sand del buon
Howe Gelb, che saltella per il palco correndo
dietro alle chitarre e alle tastiere, in un clima
da divertita jam session più che da vero
concerto. Gelb e soci offrono quaranta minuti
buoni di musica bella e stralunata, che suona
come proveniente da qualche deserto americano,
equidistante da Lou
Reed, Tom
Waits e Neil Young;
quest'ultimo omaggiato in apertura con la cover
della classica "Out On The Weekend".
Certo, però, l'acustica non aiuta.
Poco dopo le nove, con il Palalido gremito che
comincia a chiamare a gran voce, un roadie si
avvicina al microfono per pregare il pubblico
di non fumare, su richiesta "dell'artista":
cavolo, dev'essere la laringite. Comunque, una
buona metà del pubblico, incredula e quasi
divertita, non ci pensa nemmeno a rinunciare ai
suoi piccoli segnali di fumo.
Nove e venti: le luci si spengono e, quasi puntuale,
la band arriva compatta sul palco, e alla prima
impressione lo spettacolo sembra mantenere le
promesse. Perché PJ, senza bisogno di entrate
ad effetto, colpisce comunque gli occhi come un
piccolo fuoco d'artificio, avvolta in un rossissimo
abitino, i tacchi a spillo e il trucco vivace
che quasi abbaglia nel contrasto con la pelle
diafana. L'inizio, potente sulle note di "This
Wicked Tongue", mescola brani vecchi con
pezzi dall'ultimo album. Le cose più datate
sono riarrangiate nello stile "straight"
del nuovo disco: "Send His Love To Me",
dal superbo "To Bring You My Love",
è molto più chitarristica, e la
voce di PJ non si lascia trasportare nel delirio
lamentoso dell'originale, dando un'impressione
più compatta e meno teatrale. Polly Jane
è cresciuta: lasciatasi dietro le lacerazioni
e gli spasmi degli album con la prima band, la
femme fatale dell'esordio solista, la pallida
vestale i due anni fa, si presenta contemporaneamente
sensuale e distaccata, in pieno controllo tanto
della band che della propria presa sul pubblico:
occhieggia sorniona dietro l'ombretto scuro, sorride
appena e segue col corpo e con il tamburello le
canzoni più tirate, come la nuova, trascinante
"Good Fortune". Ed è nei nuovi
brani che sembra trovarsi maggiormente a proprio
agio: dopo il rodaggio iniziale arrivano "The
Whores Hustle...", "This is Love",
"Horses in My Dreams", che alternano
l'energia e il lirismo, e PJ lascia finalmente
correre la voce sulle sfumature emotive di cui
è capace.
Arriva la pausa, il pubblico fischia e schiamazza,
e i musicisti in dieci minuti tornano sul palco:
PJ si scusa della forma non proprio perfetta (ma
dove! ma dai!) e attacca l'immancabile "Down
By the Water" nell'esaltazione generale.
Peccato che sia l'ultimo brano. dopo un'oretta
di concerto le luci si riaccendono nello stordimento
più o meno generale. PJ era quella che
aspettavamo, ma, saranno stati i guai di salute,
l'abbiamo appena assaggiata, e avremmo gradito
almeno altre due o tre canzoni. Magari se la gente
fumava un po' meno...
collegamenti su Kalporz:
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Giant Sand
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