Nessun
vero titolo per questa ennesima uscita postuma dello
storico gruppo capitanato da Black Francis, sulla
cover solo il nome della band e la foto di un mucchio
di audiocassette. Eppure l'essenza del progetto
è tutta qui, e per comprenderla bisogna ripercorrere
la storia della band.
Nel 1987, quando Francis, Deal (che ancora si faceva
chiamare Mrs. John Murphy), Santiago e Lovering
vennero contattati da Gary Smith, il produttore
gli chiese la registrazione del maggior numero di
demo possibile. I quattro in tre giorni sfornarono
la bellezza di diciassette pezzi, che raccolti insieme
andarono a formare quel feticcio che sarebbe diventato
in seguito nella mente dei fans "The Purple
Tape" - per il colore delle cassette.
Dopo essere passati alla 4AD di Ivo Watts i Pixies
decisero di formare il loro primo album, "Come
On Pilgrim", con otto dei pezzi estratti dalle
registrazioni purpuree. I restanti nove sono ora
qui, in quella che è probabilmente l'uscita
antologica più intelligente da quando il
gruppo si è sciolto, nell'ormai lontano 1992.
Di questi brani solo uno è un inedito a tutto
tondo, il divertimento a metà tra il surf
e il punk di "Rock A My Soul"; "Broken
Face", "Break My Body" e "I'm
Amazed" finiranno nella scaletta di "Surfer
Rosa", "Here Comes Your Man"
sarà uno dei brani portanti di "Doolittle",
"Down to the Well" verrà ripresa
in "Bossanova",
così come "Subbacultcha" troverà
la sua collocazione in "Trompe
le Monde".
A rimanere fuori dal lotto degli album ufficiali
due brani destinati a ricevere notorietà
dai live. "Build High" (che diventerà
una b-side per il lancio del singolo di "Planet
of Sound" nel 1991) sembra quasi una ballata
country filtrata attraverso gli occhi della generazione
new wave, e rispecchia in pieno l'etica musicale
dei primi anni della band. "In Heaven",
invece, è l'unica cover del lotto, portando
la firma di Peter Ivers e David Lynch (si, proprio
il regista di "Velluto blu", "Twin
Peaks" e "Mulholland Drive"), e faceva
parte della colonna sonora di "Eraserhead",
lungometraggio d'esordio del visionario regista
statunitense.
Se i brani che vedranno la luce su "Surfer
Rosa" sembrano già aver trovato la propria
dimensione, risultando praticamente identici alla
versione definitiva (anche se è molto interessante
la variazione di "I'm Amazed" dopo il
secondo ritornello, con una serie di vocalizzi di
Kim Deal che ricordano da vicino i divertimenti
di molti gruppi anni '60 e '70, come Peter, Paul
& Mary), la versione di "Here Comes Your
Man" lascia a dir poco sbalorditi. Se il suono
risulta ovviamente meno levigato e più immediato,
è proprio il tono che la band dà al
brano a sorprendere. L'intro, più lungo e
incentrato sulla chitarra acustica, dà il
via alle danze, la voce inconfondibile di Francis
porta a termine la prima strofa (il controcanto
di Kim Deal è su un'ottava superiore), che
ricorda i lavori degli Husker Du di Bob Mould e
Grant Hart.
La seconda parte è incentrata sul basso,
che segue una ritmica a metà tra il rock
e il reggae, prima che tornino a farsi sentire le
chitarre di Santiago (che passa da un semplice delay
a sporcature improvvise) e Francis. Il tutto si
avvia alla conclusione in un crescendo graduale
dell'intensità dei colpi della batteria di
Lovering, che segnano gli urli striduli del cantante.
Follia allo stato puro.
"Subbacultcha", insieme al precedente
unico brano a ergersi al di sopra della soglia dei
tre minuti, ha una rabbia interna e una cadenza
forsennata che me la fa preferire di gran lunga
alla versione presente sull'ultimo album prima dello
scioglimento; dopotutto anche in questo caso è
dimostrato che la canzone traesse vigore dalle esecuzioni
dal vivo.
Non un antologia qualsiasi, quindi, non un'operazione
commerciale e insulsa. Un testamento importante,
un tassello che mancava nella grande storia di questa
band seminale, venti minuti di frenesia e ironia.