E così anche per l’allegra brigata
capitanata da Colin Meloy è arrivato il
tempo di dare alle stampe il terzo lavoro e di
consacrare i propri sforzi all’altare –
ultimamente oltremodo adornato e riverito –
del pop. Rispetto ai precedenti “Castaways
and Cutouts” e “Her Majesty the Decemberists”
(senza contare l’EP “Five Songs”,
il progetto di narrativa sperimentale in quattro
capitoli “The Tain” e il CD singolo
“Billy Liar”) la componente pop si
fa dunque più preponderante, pur senza
che questo faccia venir meno lo spirito più
bizzarro (e interessante, aggiungo io) del progetto
musicale, quell’atmosfera da sgangherata
banda di paese, folk bislacco e saltellante, acustica
in procinto di diventare farsa o – più
probabilmente – illogica rilettura del reale.
Le rime di Meloy sono come sempre argute e l’aspetto
narrativo che ne contraddistingue l’essenza
mantiene la sua aura seducente. Ciò che
sembra non sempre perfettamente calibrato è
proprio l’apparato melodico, purtroppo:
la trascinante “The Infanta” posta
saggiamente in apertura di disco non può
che far abituare male il suo uditorio, visto che
spesso e volentieri l’ispirazione sembrerà
calare di molti punti. “We Both Go Down
Together” non è altro che una “Losing
My Religion” pacchiana e mai particolarmente
in grado di catturare l’ascolto, e in generale
il rischio di scambiare le composizioni dei Decemberists
per riletture poco originali delle cavalcate di
Michael Stipe e soci, ma ancor più delle
atmosfere delicate dei Belle
and Sebastian è veramente forte. Eppure
è facile rendersi conto di come la materia
abbia solo bisogno di una spintarella per spiccare
definitivamente il volo e librarsi in piena libertà
in aria, e dispiace vedere la band costretta a
ritorcersi su sé e sul paesaggio di contorno.
Mancano probabilmente ancora le sicurezze per
portare in porto il progetto: se da un lato infatti
si calca la mano sull’aspetto maggiormente
lirico del pop e sulla sua ariosità coinvolgente
è altrove che la band mostra la sua reale
forza: nel melodrammatico inserto da camera “(From
My Own True Love) Lost at Sea” nel quale
il calore invernale dei Black Heart Procession
si sposa con la dolenza programmatica di un Marc
Almond, così come nel Morrissey spastico
proposto in “The Sporting Life”, e
soprattutto in “The Mariner’s Revenge
Song” aperta da una fisarmonica derivata
direttamente da Brecht/Weill e costretta poi in
una marcia bandistica deforme e incessante che
paga solamente la durata spropositata. L’elefantiasi
dei brani è effettivamente un altro punto
a sfavore dell’album, anche perché
la lunghezza non trova alcuna giustificazione
all’interno del discorso intrapreso da Maloy
e soci (il discorso vale anche per “The
Bagman’s Gambit” e, in parte, per
“On the Bus Mall”).
In definitiva un lavoro decisamente interlocutorio,
probabilmente di passaggio. Il timore è
che in futuro la componente surreale che rendeva
fascinosi i precedenti lavori finirà per
essere sempre più livellata a favore di
una maggiore accessibilità e immediatezza.
Sarebbe un vero peccato.
collegamenti su MusiKàl!
R.E.M. - Around
The Sun (di Raffaele Meale)
R.E.M. - Around
The Sun (di M & R e Michele Camillò)
R.E.M. - Reveal
Belle & Sebastian - la Kalporzgrafia
Black Heart Procession - Three
Morrissey - Live
At Earls Court
Morrissey - You
Are The Quarry