Sono i piccoli particolari che ti raccontano
se sei ancora innamorato della persona che hai
al tuo fianco, o se tutto sta finendo. Annusare
il cuscino e cercare il suo odore. La volontà
che scappa via, perché rivedersi è
come pizzicare un nervo nascosto. Capire che "invecchiare
insieme a me dev’essere un’idea terrificante".
Una casa lasciata vuota per qualche ora e non
per caso, chinarsi a dividere i libri e chiedersi
a chi appartenevano, e sapere, dentro di sé,
che certe parole non si riuscirà mai più
a dirle a qualcuno. Specchiarsi in una vetrina
e dirsi che è il momento di tornare a essere
felici: sono particolari piccoli, quasi da nulla,
ma che dicono molto di più dei pensieri,
delle sensazioni che crediamo di avere.
E "Pianissimo fortissimo", il quinto
album dei Perturbazione, elenca tutto questo,
gentile, con un sorriso malinconico e leggero,
perché i cieli neri di "Canzoni
allo specchio" se ne sono andati via;
sono diventati grandi, i sei ragazzi di Rivoli,
hanno perso per strada la voglia di giocare che
faceva capolino durante "Waiting to happen"
o "In circolo"
ma hanno ancora la stessa sensibilità,
e quella capacità di essere tristi senza
soffocare. Sanno come emozionare senza alzare
la voce: lo hanno sempre saputo fare, e in queste
dieci canzoni ora più che mai.
L’inizio è folgorante: rullante
e battimani, una persona che compare all’improvviso
e ti stacca dalla realtà immergendoti nei
ricordi che avevi nascosto (“Un anno in
più”); invecchiare e sorprendersi
sempre più esigenti, perché “l’attenzione
è un distillato che ti vendo un po’
più caro del giorno prima” (una “Nel
mio scrigno” solidamente rock nell’intreccio
di chitarre); la polvere che si solleva, Calvino
e Prevért, i libri che non sono più
frasi da citare ma oggetti che indicano la fine
di un amore (“Leggere parole”, una
splendida bossanova); un meraviglioso fraseggio
di violoncello, la risata argentina di Elena in
sottofondo e ridere perché, chissà
come mai, tutti hanno buoni consigli quando tu
non ne vuoi sentire (“Battiti per minuto”,
che a Sanremo è rimasta fuori dalla porta).
Se tutto “Pianissimo fortissimo”
fosse così, sarebbe una meraviglia: e invece
cede un po’, lagnandosi nell’allungarsi
rock di “Qualcuno si dimentica” o
nella dimessa “Casa mia”, diventando
inconsistente in “On/off”, promettendo
una bellezza mantenuta solo nel titolo (“Controfigurine”);
poi, però, si risolleva in “Brautigan”,
con quel violino che cresce e si sfoga liberatorio,
o in quella “Giugno dov’eri”
che, con quel pianoforte e un’orchestra
timida, arriva da altri tempi, quando la musica
leggera italiana aveva un cuore.
Ed è sugli ottoni di questa canzone che
ti accorgi che “Pianissimo fortissimo”
ti ha abbracciato, in silenzio. E che, d’ora
in avanti, sarà molto difficile farne a
meno.
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