Come afferma “P.G.G.G.R.”, acronimo
allargato, espanso per dare voce a tutti, “Però
Gianni Giorgio Giovanni Resistono”. Ne è
stata riprova definitiva il concerto tenuto allo
Spazio Boario, tendone adibito agli eventi speciali
del Villaggio Globale; esiste da pochi, pochissimi
anni, questa struttura vagamente circense. Ma
proprio in questo centro sociale romano –
insieme al Forte Prenestino padre protettore di
tutti gli spazi di antagonismo militante capitolino
– i neonati C.S.I.
mossero i primi passi. Lo ricorda proprio Giovanni
Lindo Ferretti in uno dei suoi soliloqui tra un
brano e l’altro (pochi e molto ben misurati,
c’è da dire), soffermandosi sulla
volontà di essere qui tra altri undici
anni “se sarà ancora possibile”.
Ed ecco che il tema della resistenza torna a
far sentire la propria urgenza: Ferretti dovrà,
a quanto dice, tornare a breve in ospedale, quell’ospedale
che aveva evitato “per grazia ricevuta”
– ed ecco di nuovo il ricatto dell’acronimo
-, e l’intero concerto sembra un’analisi
dura e disillusa verso il dolore. Dolore personale,
come la memoria cantata degli avi che “mi
ha fatto vivo, sopravvivere, crescere” (“I
miei nonni”), ma anche cinico dolore universale,
descritto nello stupefacente furore scaturito
dalla ripresa di “Tu menti”. Che l’intenzione
della band fosse quella di riavvicinarsi alla
scarna essenzialità del punk che fu l’anima
animalesca dei CCCP
appare abbastanza chiaro e palese dalla scelta
della strumentazione, chitarra/basso/batteria
con aggiunta casuale di percussioni tribali e
di reminiscenze etniche – la tammorra che
guida la danza di “Casi difficili”,
ad esempio -, e dalla presenza in scena di una
ballerina, con associazione di idee immediata
verso Annarella Giudici, Fatur, la “qualità
della danza” e il teatro masochista.
La scaletta sembra tagliata perfettamente con
l’accetta: dopo un’intro dedicata
al passato, con “Brace”, “Narko’$”
e “Forma e sostanza” in bella sequenza
ecco arrivare il presente. “D’anime
e d’animali” è rivisitato
in lungo e in largo, la lingua di Ferretti lo
declama con un amore che non può comunque
cancellare la sensazione di stordimento di fronte
a un lavoro minore – perché l’intero
progetto PGR è comunque un episodio minore
nella luminosa carriera di questo guru mai veramente
allineato a chicchessia -. Dal vivo i brani acquistano
una profondità maggiore, comunque, e appare
doveroso lasciarsi andare alla frenesia gentile
di “Alla Pietra” e al caos mediatico,
discutibile e doloroso – per chi scrive,
anche, per chi ascolta, anche, per chi ha composto,
probabilmente – che prorompe da “Orfani
e vedove”.
Arriva il tempo degli animali, l’anima
si fa contorta caparbia ammirevole (ed ammirata),
le sensazioni sgretolate dall’apparente
sconfitta – che è sorella
nel progetto solista di quello che sarà
comunque e sempre il Grande Assente, Massimo Zamboni
– si ricompongono alla ricerca della semplicità,
lontani dai patiboli di sapere che furono roghi
e furono Shoah, per citare ulteriormente un reading
ferrettiano. L’orfano di sinistra canta
di Israele come del “Profeta, Dio lo ha
in gloria, Mohammed”, eppure sofferma la
sua attenzione sulla manifestazione terrena del
dolore, la più dirompente perché
la più istituzionale, impossibilitata a
essere ricondotta a peccati universali, guerre
mondiali, atroci mercanteggiare di sangue per
petrolio, baratto contemporaneo che ha solo ideologia
del profitto: la carne destinata al supplizio,
martoriata in sé dal suo stesso essere
uomo, non santo, di Giovanni Paolo
II. Alla sua figura, al suo essere lì,
Ferretti dedica il concerto, mettendogli accanto
chi è Giovanni ed è Lindo come lui,
chi è stato concepito a un concerto dei
PGR (o dei CSI? Certo non dei CCCP a giudicare
dalla foto…), massimo complimento a un uomo
che non ha mai voluto essere idolo né megafono,
eppure lo è diventato suo malgrado. Idolo
lo è per la stessa negazione della forma,
dell’iconografia, megafono non può
non esserlo quando centinaia di persone ne anticipano
il canto e lo trascinano in eco innamorata.
“Crescete bene, mi raccomando”, domanda
Ferretti – ma basta parlare solo di lui,
dannazione, Canali/Maroccolo/Gulli non stanno
lì a raccogliere briciole smozzicate –
che non alza il pugno quando canta “sogno
tecnologico bolscevico, atea mistica meccanica,
macchina automatica no anima, macchina automatica
no anima” ma continua a declamare di una
“terra in permanente rivoluzione”.
“Unità di produzione” come
“A tratti” descritte con un furore
selvaggio, pratica barbarica rimasta unica arma
di una mente che si sente, purtroppo, sola. E
che sa di dover cantare il dolore e la mestizia,
il fragore e l’adunanza, perché “l’amore
non si canta, è un canto di per sé”.
Da venti e passa anni i collettivi, consorzi,
aggregazioni di musicisti sotto l’occhio
e la mente di Giovanni Lindo Ferretti portano
per l’Italia il loro rock, che è
poi il padre di qualsiasi rock nostrano, capace
di fondere cervello e pancia, “l’alto
e il basso senza abbellimenti”. E al Ferretti
che conclude “Blu” augurando a tutti
di poter vedere un’alba del medesimo colore
– concerto che si chiude sull’alba
dopo essersi aperto con “l’aria serena
e di sostanza sferzante” – e che promette,
qualora il papa restasse in vita, di tornare ancora
qui tra undici anni, spontaneamente scatta l’applauso,
che tradotto in un rapporto più individuale
si trasforma in abbraccio. Perché se è
vero che siamo tutti un po’ orfani dei CCCP
e dei CSI è altrettanto vero che abbiamo
e avremo sempre bisogno di chi, con classe e libertà,
continua a proporci “un’opinione pubblica
un poco meno stupida delle sale da ballo un po’
più che di merda”. A presto, Giovanni,
e in bocca al lupo.
collegamenti su MusiKàl!
P.G.R. - Speciale
"D'anime e d'animali"
P.G.R. - Per Grazia Ricevuta
P.G.R. - Intervista
(7-8-2002)
C.S.I. - la Kalporzgrafia
CCCP - la Kalporzgrafia
Giorgio Canali & Rosso Fuoco - giorgiocanali&rossofuoco
Gianni Maroccolo - A.C.A.U.
La nostra meraviglia
Massimo Zamboni - Sorella
sconfitta