Lo aspettavamo da dieci anni e lo aspettavamo
tutti; noi che abbiamo visto la nascita e la prematura
scomparsa del grunge, di duecento boy e girl band,
che un'occhiata al Festival di Sanremo la diamo
nella speranza che almeno una volta qualcuno osi
portare una bella canzone, che ci piange il cuore
a vedere e sentire come maltrattano le canzoni
in televisione, che quando diciamo che una volta
la musica era migliore perché una volta c'erano
i Led Zeppelin
e gli Who e adesso i P.O.D. e i Limp Bizkit, perché
una volta c'erano Peter Gabriel (prima coi Genesis
e poi con Tony Levin) e adesso c'è Cesare Cremonini
(prima coi Lunapop e poi con Ballo).
Ora, però, Peter Gabriel è tornato e, dopo essersi
fatto anticipare da anni di chiacchiere e da un
singolo in radio che parla di televisione, ha
scelto l'Italia per mostrarsi nuovamente al pubblico
pochi giorni prima della messa in vendita di "Up",
prevista per il 21 settembre, giorno di plenilunio.
Un concerto a sorpresa in Sardegna, ad Arzachena,
e quindi, lunedì 16 settembre, la prima vera data
del nuovo tour all'Alcatraz di Milano alla quale
hanno assistito i circa tremila fortunati che
sono riusciti ad prendere per tempo il biglietto,
più qualche vip quanto mai snobbato, (Roberto
D'Agostino, Morgan, Bergonzoni - se possiamo definirlo
vip - il gotha del giornalismo italiano, da Luzzato
Fegiz a Gino Castaldo).
In apertura le tamburiate e le tarantelle degli
Spaccanapoli di Marcello Colasurdo, quindi, coperto
dalle urla "Peter, Peter", appare lui, Peter Gabriel
al grido "Milano, Milano", accompagnato dai soliti,
fidi, eccezionali Tony Levin al basso e David
Rhodes alla chitarra e dalla figlia Melanie ai
cori, con Ged Lynch alla batteria (ottimo, se
non avesse dovuto scontrarsi con i ricordi del
talento dell'immenso Manu Katche), Rachel Z alle
tastiere e Richard Evans alla chitarra, al mandolino
e al flauto.
Contrariamente alle sue ultime esibizioni live,
tutto è all'insegna della semplicità, con PG dietro
le tastiere sulla destra di un palco con i soli
strumenti; oltre alla musica, le uniche suggestioni
sono date dai giochi di luce. Sono bastate le
prime note di "Darkness" per capire che sarebbe
stata una grande notte di musica: luci e suoni
in perfetta sintonia e l'impressione che riascoltando
con calma questa canzone quando il cd sarà uscito,
potremmo passare molto tempo a godere della sua
ricchezza melodica ed emozionale.
Subito dopo, ecco un bel tuffo nel passato con
"Red rain", e questa volta possiamo cantare anche
noi. Poi ancora novità con "Growing up" e "No
way out". Soprattutto la prima è una di quelle
che durante i concerti ti fanno pregare dio di
non farli smettere di suonare così, brusche accelerate
e altrettanto repentine frenate con un ritmo marziale
che induce a muoversi.
Ormai è ufficiale, il genio inglese è ancora
tra noi, con un look da guru, un'evidente e incontenibile
voglia di suonare e quell'umiltà che solo i grandi
hanno. "My head sounds like thath", canta subito
dopo aver commosso tutti con "Mercy St.", ma se
in quella testa ci sono un mare di suoni perfettamente
combinati, la memoria tira un brutto scherzo e
PG sbaglia dopo poche note; con simpatia si scusa
(parlando come per tutto il concerto in italiano,
anche se stentato) prendendosela con l'età.
La presentazione delle nuove canzoni prosegue
con "The Barry Williams Show", già apprezzata
in radio che in questo concerto sposta il mirino
dalla raffinatezza, dal supremo controllo della
melodia corale al "tiro" musicale, quasi volesse
divertirsi di più avvicinandosi al pop. Un pop
alla Peter Gabriel, ovviamente. "More than this"
(c'è qualcosa più di così?) chiude le presentazioni
e "Digging in the dirt" ricomincia a fare urlare
tutto il pubblico dell'Alcatraz, soprattutto quando
PG abbandona le sue tastiere per portarsi fronte
palco a prendersi la sua ovazione. In tanta magnificenza
c'è posto anche per un inedito, "Animal nation",
una delle 120 canzoni scartate per "Up". Un giorno
PG, o qualcun altro, aprirà gli archivi e saremo
inondati di splendide canzoni mai sentite.
"Sledghammer" chiude il concerto (prima dei bis)
e nel suo finale c'è condensato tutto il rock:
musica, divertimento, l'istrionismo di PG che
si diverte a fare i balletti con quei due mostri
di Tony Levin e David Rhodes, una passione infinita,
il sesso ("Voglio essere il tuo martello"; qualche
dubbio sul doppio senso?), le urla dei fans. Insomma,
dopo trent'anni di carriera, PG ci ha mostrato
un altro lato della sua arte, quella di uno dei
pochi compositori rimasti, che conosce il valore
della musica ma che non vuole perdere il contatto
con le persone, quelle, almeno, con le quali condivide
l'amore per la musica, quelle che ha voluto abbracciare
con le due ultime canzoni, un'avvolgente "In your
eyes" e, per finire, "Father, son", già su "Ovo"
e ora riportata su "Up", cantata da PG con il
piano e l'accompagnamento al contrabbasso elettrico
di Tony Levin. Non una parola si è alzata durante
la canzone, non un colpo di tosse ha disturbato
il canto, non un pensiero ha disturbato l'emozione.
E, alla fine, un ringraziamento reciproco; da
Peter Gabriel al pubblico per il calore e l'affetto,
dal pubblico a Peter Gabriel per aver rinsaldato
l'amore per la musica (troppo spesso messo in
crisi dal marketing).
p.s. Mi sento di dover chiedere un favore a tutti:
"Up" è un cd da comprare e non da masterizzare.
Fottiamo le major, che non stanno che pagando
anni di politiche scellerate, ma spingiamo "Up"
più che possiamo, facciamo volare la grande musica,
dimostriamo che la qualità paga, facciamo sentire,
ognuno col proprio contributo, quanto amiamo la
musica e Peter Gabriel.
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