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PETER GABRIEL
Concerto a Milano (Alcatraz) (16 settembre 2002)
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di Pierangelo Pettenati scrivi un'email

Lo aspettavamo da dieci anni e lo aspettavamo tutti; noi che abbiamo visto la nascita e la prematura scomparsa del grunge, di duecento boy e girl band, che un'occhiata al Festival di Sanremo la diamo nella speranza che almeno una volta qualcuno osi portare una bella canzone, che ci piange il cuore a vedere e sentire come maltrattano le canzoni in televisione, che quando diciamo che una volta la musica era migliore perché una volta c'erano i Led Zeppelin e gli Who e adesso i P.O.D. e i Limp Bizkit, perché una volta c'erano Peter Gabriel (prima coi Genesis e poi con Tony Levin) e adesso c'è Cesare Cremonini (prima coi Lunapop e poi con Ballo).

Ora, però, Peter Gabriel è tornato e, dopo essersi fatto anticipare da anni di chiacchiere e da un singolo in radio che parla di televisione, ha scelto l'Italia per mostrarsi nuovamente al pubblico pochi giorni prima della messa in vendita di "Up", prevista per il 21 settembre, giorno di plenilunio.

Un concerto a sorpresa in Sardegna, ad Arzachena, e quindi, lunedì 16 settembre, la prima vera data del nuovo tour all'Alcatraz di Milano alla quale hanno assistito i circa tremila fortunati che sono riusciti ad prendere per tempo il biglietto, più qualche vip quanto mai snobbato, (Roberto D'Agostino, Morgan, Bergonzoni - se possiamo definirlo vip - il gotha del giornalismo italiano, da Luzzato Fegiz a Gino Castaldo).

In apertura le tamburiate e le tarantelle degli Spaccanapoli di Marcello Colasurdo, quindi, coperto dalle urla "Peter, Peter", appare lui, Peter Gabriel al grido "Milano, Milano", accompagnato dai soliti, fidi, eccezionali Tony Levin al basso e David Rhodes alla chitarra e dalla figlia Melanie ai cori, con Ged Lynch alla batteria (ottimo, se non avesse dovuto scontrarsi con i ricordi del talento dell'immenso Manu Katche), Rachel Z alle tastiere e Richard Evans alla chitarra, al mandolino e al flauto.

Contrariamente alle sue ultime esibizioni live, tutto è all'insegna della semplicità, con PG dietro le tastiere sulla destra di un palco con i soli strumenti; oltre alla musica, le uniche suggestioni sono date dai giochi di luce. Sono bastate le prime note di "Darkness" per capire che sarebbe stata una grande notte di musica: luci e suoni in perfetta sintonia e l'impressione che riascoltando con calma questa canzone quando il cd sarà uscito, potremmo passare molto tempo a godere della sua ricchezza melodica ed emozionale.

Subito dopo, ecco un bel tuffo nel passato con "Red rain", e questa volta possiamo cantare anche noi. Poi ancora novità con "Growing up" e "No way out". Soprattutto la prima è una di quelle che durante i concerti ti fanno pregare dio di non farli smettere di suonare così, brusche accelerate e altrettanto repentine frenate con un ritmo marziale che induce a muoversi.

Ormai è ufficiale, il genio inglese è ancora tra noi, con un look da guru, un'evidente e incontenibile voglia di suonare e quell'umiltà che solo i grandi hanno. "My head sounds like thath", canta subito dopo aver commosso tutti con "Mercy St.", ma se in quella testa ci sono un mare di suoni perfettamente combinati, la memoria tira un brutto scherzo e PG sbaglia dopo poche note; con simpatia si scusa (parlando come per tutto il concerto in italiano, anche se stentato) prendendosela con l'età.

La presentazione delle nuove canzoni prosegue con "The Barry Williams Show", già apprezzata in radio che in questo concerto sposta il mirino dalla raffinatezza, dal supremo controllo della melodia corale al "tiro" musicale, quasi volesse divertirsi di più avvicinandosi al pop. Un pop alla Peter Gabriel, ovviamente. "More than this" (c'è qualcosa più di così?) chiude le presentazioni e "Digging in the dirt" ricomincia a fare urlare tutto il pubblico dell'Alcatraz, soprattutto quando PG abbandona le sue tastiere per portarsi fronte palco a prendersi la sua ovazione. In tanta magnificenza c'è posto anche per un inedito, "Animal nation", una delle 120 canzoni scartate per "Up". Un giorno PG, o qualcun altro, aprirà gli archivi e saremo inondati di splendide canzoni mai sentite.

"Sledghammer" chiude il concerto (prima dei bis) e nel suo finale c'è condensato tutto il rock: musica, divertimento, l'istrionismo di PG che si diverte a fare i balletti con quei due mostri di Tony Levin e David Rhodes, una passione infinita, il sesso ("Voglio essere il tuo martello"; qualche dubbio sul doppio senso?), le urla dei fans. Insomma, dopo trent'anni di carriera, PG ci ha mostrato un altro lato della sua arte, quella di uno dei pochi compositori rimasti, che conosce il valore della musica ma che non vuole perdere il contatto con le persone, quelle, almeno, con le quali condivide l'amore per la musica, quelle che ha voluto abbracciare con le due ultime canzoni, un'avvolgente "In your eyes" e, per finire, "Father, son", già su "Ovo" e ora riportata su "Up", cantata da PG con il piano e l'accompagnamento al contrabbasso elettrico di Tony Levin. Non una parola si è alzata durante la canzone, non un colpo di tosse ha disturbato il canto, non un pensiero ha disturbato l'emozione.

E, alla fine, un ringraziamento reciproco; da Peter Gabriel al pubblico per il calore e l'affetto, dal pubblico a Peter Gabriel per aver rinsaldato l'amore per la musica (troppo spesso messo in crisi dal marketing).

p.s. Mi sento di dover chiedere un favore a tutti: "Up" è un cd da comprare e non da masterizzare. Fottiamo le major, che non stanno che pagando anni di politiche scellerate, ma spingiamo "Up" più che possiamo, facciamo volare la grande musica, dimostriamo che la qualità paga, facciamo sentire, ognuno col proprio contributo, quanto amiamo la musica e Peter Gabriel.

collegamenti su MusiKàl!
Peter Gabriel - Ovo
Peter Gabriel - Peter Gabriel III
Genesis - le recensioni di MusiKàl!



18 settembre 2002




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