La prima data italiana del "Growin' Up Tour"
sconfigge il caldo massacrante del PalaMalaguti
e ci fa capire come, a volte, un'attesa pluriennale
possa rendere speciali certi appuntamenti e come,
di conseguenza, possa davvero valere la pena patire
un po' di fame in previsione di un succulento
banchetto.
Anticipato dalle due anteprime milanesi, in stile
minimalista, del 16 e 18 settembre scorsi, lo
spettacolare ma equilibrato show astrale di Gabriel
approda in Italia, convincendo per le soluzioni
scenografiche da grande produzione lirica (il
curatore, Robert Lepage, è uomo di teatro),
tecnologiche senza strafare, molto intimiste e
accuratamente lontane da ogni "effetto baraccone".
La grande sfera polimorfica, in stretto collegamento
con il palco circolare, sta lì per motivi
precisi, non è un bruco-mela qualunque
nato con l'unico scopo di meravigliare i fan (come
il serpentone sputa fuoco e la bambolona gonfiabile
degli Stones di qualche anno fa). La modularità
del palco, sul quale i musicisti mutano spesso
posizione grazie a pedane mobili, così
come la struttura complessiva, luci comprese,
pensata a 360°, richiede in realtà
una collocazione centrale più coinvolgente,
in mezzo al pubblico: a Bologna invece, a causa
degli ingombri del tabellone luminoso del palazzetto
(ma non potevano pensarci prima?), si è
dovuto ripiegare su una disposizione tradizionale.
E "tradizionali" sono pure David Rhodes
e Tony Levin, chitarra e basso storici di Peter
Gabriel, il quale, affettuosamente, scherza sulla
lunga militanza comune con l'ex King
Crimson, all'origine delle rispettive "pelate".
Solido anche il resto della band: Ged Lynch, Rachel
Z, tastierista dalle frequentazioni jazz; Richard
Evans, polistrumentista e tecnico di casa alla
Real World; infine la figlia Melanie come corista.
Con quest'ultima si instaura il duetto in "Downside-Up"
- coronato da una passeggiata a testa in giù
- che segna un punto importante nei confronti
di quanti, a nostro parere in modo assolutamente
ingiustificato, storsero il naso all'apparire
di "Ovo", considerandolo
nulla più che una colonna sonora celebrativa
col torto essenziale di dare poco spazio alla
voce del leader. Un errore di valutazione in cui
sono caduti in molti e che, alla luce di questo
tour, segna ancor più la corda: i due brani
del concept (questo è, non altro) eseguiti
in concerto definiscono, rispettivamente, il picco
fantastico dello show e, "Father, Son",
la sua conclusione, solistica come l'inizio affidato
a "Here Comes The Flood" e carica di
riferimenti personali: due punti chiave, dunque.
Anche la scaletta, a ben vedere, si sottrae alle
critiche: su 17 pezzi, solo 6 provengono da "Up";
non è vero dunque che Gabriel ignori i
vecchi successi. Un po' appesantito nei movimenti
non rinuncia tuttavia alle performance teatrali
di un tempo, come la corsa in bicicletta di "Solsbury
Hill", il "jumping" con la grande
sfera gommosa in "Growing Up" (già
mostrato in anteprima a San Remo) o il già
citato capovolgimento gravitazionale. Ma, forse,
per i vecchi fan, contano di più i particolari
marginali: il tamburello suonato come in gioventù,
con le stesse identiche mosse.
Il gospel dei Blind Boys of Alabama, annunciati
come gruppo di supporto, è stato sostituito
dall'etno-pop della cantante uzbeca Sevara Nazarkhan,
sempre della scuderia Real World, accompagnata,
fra gli altri, da uno straordinario Toir Kuziyev
al doutar (liuto tradizionale uzbeco a due corde).
Entrambi sono intervenuti anche in "In Your
Eyes".
SCALETTA:
1. Here Comes The Flood
2. Darkness
3. Red Rain
4. Secret World
5. Sky Blue
6. Downside-Up
7. The Berry Williams Show
8. More Than This
9. Mercy Street
10. Digging In The Dirt
11. Growing Up
12. Solsbury Hill
13. Sledgehammer
14. Signal To Noise
15. In Your Eyes
16. Father, Son
collegamenti su MusiKàl!
Peter Gabriel
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Milano (Alcatraz) (18/9/2002)
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- Ovo
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