Sì, va bene, tutti sappiamo le gesta del
buon Brian Wilson il “pazzo”, le sue
cadute rinascite (ri)cadute nella droga, la sua
paranoia, il suo senso di inferiorità nei
confronti dei contemporanei baronetti Lennon/McCartney,
il suo esilio, la sua aura mitica inattaccabile.
Ma perché un album come “Pet Sounds”
continua a dover essere obbligatoriamente citato
in ogni storia del rock? Perché è
un gran bell’album, dovrebbe essere la risposta
immediata. Ma può veramente bastare “solo”
questa affermazione? Bisogna cercare di comprendere
appieno il significato stesso di un’operazione
musicale come quella dei Beach Boys.
Tipico quintetto venuto alla luce agli albori
del R’n’R, i tre fratelli Wilson,
Mike Love e Al Jardine compongono musica per teenagers,
per la bubblegum-generation. Il loro surf-rock
è adatto allo sbaciucchiarsi acerbo e liberatorio
nei drive-in. Ed ecco dunque che il senso dei
Beach Boys inizia già a mutare. Tra la
strada che porta ad una musica aliena, sperimentatrice,
ostica e quella che porta al commercio come anima
della società i “Wilson Boys”
non hanno timore di scegliere la seconda. Diventando,
forse anche loro malgrado, a distanza di quarant’anni
simboli di un’epoca, non a caso ripetutamente
citati in quel glossario degli anni ’60
che è American Graffiti, capolavoro
cinematografico di George Lucas. Ed è sul
loro attecchimento sullo strato più borghese
della società che riesce finalmente bene
il paragone con i Beatles.
Questa digressione non deve comunque far perdere
di vista l’obiettivo principale della recensione:
lodare e innalzare agli onori “Pet Sounds”,
l’album che segnò la rovina definitiva
della mente instabile di Brian Wilson, il loro
primo insuccesso commerciale. Insuccesso del tutto
incomprensibile, visto che l’opera non presenta
in sé alcun germe avanguardista, portando
semplicemente alle estreme conseguenze il discorso
sul pop intrapreso in precedenza, acuendone in
maniera netta i riflessi elegiaci. Basterebbe
l’attacco dell’ormai celeberrima “Wouldn’t
It Be Nice” per genuflettersi di fronte
a questa lezione di musica popular: tintinnii
che sembrano provenire da paradisi (artificiali?)
traversati da putti armati di chitarra e batteria.
L’uso dei coretti, che da sempre contraddistingue
l’approccio musicale della band perde qui
gran parte della sua componente carnale, sovrastando
angelicamente i tempi spezzati, i rallentamenti
e le improvvise frenesie della voce di Brian.
Tutto questo mondo viene declamato in due minuti
e mezzo: nulla risulta sovraccarico o eccessivamente
strutturato, anzi la linearità e l’essenzialità
rimangono pietra fondante dell’architettura
musicale del quintetto. Ma sarebbe ingiusto relegare
a questo straordinario brano il compito di rappresentare
l’intera epopea musicale presente in quest’album:
errore commesso anche dalle penne più argute
e attente, e che inficia in buona parte la comprensione
stessa dell’importanza capitale di questo
lavoro.
“You Still Believe in Me” è
il pop nel suo mènage pacato e rilassante
con la strumentazione classica, tra organi e clavicembali,
eppure così attaccato alla contemporaneità
(e all’ironia, o follia gentile, come preferita
chiamarla) della mente di Wilson, rappresentata
da clacson e campanelli d’ogni genere. Stessa
sensazione di intercomunicabilità tra le
attitudini musicali che si respira nella dolenza
infinita e inconsolabile di “Don’t
Talk (Put Your Head On My Shoulder)”. Quando
alla voce si esercita Mike Love le acidità
che stanno prendendo piede nella scena musicale
che li circonda – anche e soprattutto in
California – attaccano il corpo strumentale
del combo producendo quella perla che risponde
al nome di “That’s Not Me”.
E’ stupefacente come qualsiasi diramazione
musicale, nella (ri)lettura dei Beach Boys si
adatti allo schema mentale di questi ragazzotti
del ceto medio statunitense, finendo per diventare
parte integrante del DNA della band. E su questa
lunghezza d’onda si assestano anche brani
come la delicata “Let’s Go Away For
Awhile”, “Sloop John B.” (per
chi scrive una delle canzoni migliori di sempre
partorite da Brian Wilson), “I Know There’s
an Answer” e l’avvolgente e scatenante
“Here Today”, sempre sul punto di
deflagrare. La title-track è semplicemente
la dimostrazione ultima del genio di Wilson, spesso
e volentieri non compreso per via di quella sua
abitudine a rendere tutto melodia, tutto facilmente
decodificabile. Malattia dell’uomo, dirà
qualcuno, pregio immane oserà arguire qualcun
altro. Io non mi pongo su nessuna delle due linee
di pensiero; l’unica cosa che ho voglia
di rimarcare è la grandezza di quest’album
dai mille colori, a metà tra la melanconia
delle prime foglie morte autunnali e il verde
quasi virgineo dei lampi di sole primaverili.
Prima i Beach Boys ci avevano regalato sei anni
di estate, in seguito arriverà l’inverno,
freddo, freddissimo, che si porterà via
due dei fratellini Wilson lasciando in vita solo
Brian. E proprio lui, il genio pazzo (ma quale
genio non lo è, secondo svaccata abitudine
della cultura occidentale?), quest’anno
ci ha regalato altri due scrigni di perle, uno
nuovo di zecca e uno, “Smile”, recuperato
dagli oceani della memoria.
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The Beatles - la Kalporzgrafia