Si tratta dell'album gemello di "Storia
di un Minuto", uscito nel medesimo anno: perfino
la durata è pressoché identica. Le
caratteristiche stilistiche generali sono le stesse:
valgano dunque le considerazioni già espresse.
Il risultato è invece, in questa seconda
prova del gruppo, inferiore. Non si tratta di un
disco malriuscito, ma i cinque brani che lo compongono
non raggiungono la qualità dei precedenti,
che era dovuta anche ad una ottima coesione. Precisiamo
subito che non mancano belle idee musicali. Le parti
strumentali di "Appena un po'", e particolarmente
quella lunga d'esordio - che funge quasi da ouverture
dell'intero album -, costituiscono anzi una delle
vette compositive della P. F. M. Per una volta tanto
possiamo applicare senza remore a questo pezzo il
termine 'barocco'. Ci paiono riusciti sia i momenti
più delicati, dove si crea una sottile e
raffinata trina intessuta di flauto, clavicembalo
e chitarra acustica, sia quelli più robusti,
come il ritornello tastieristico, che richiama quello
omologo di "Impressioni di settembre". Si tratta
senza dubbio di una delle pagine più 'crimsoniane'
della Forneria: col che intendiamo riferirci però
esclusivamente ai King
Crimson degli esordi, quelli di "In
The Court Of The Crimson King", anzi proprio
alla canzone (quasi) omonima. Una delle sue sezioni,
intitolata "The Dance Of The Puppets", trova qui
un suo equivalente, un suo sviluppo quasi, nello
strumentale centrale, graziosamente medievaleggiante
e spigliatamente ritmato. Con ciò si è
voluto solamente segnalare un'ipotesi di confronto,
relativa a questi due brani, e non postulare una
dipendenza diretta della band italiana da quella
britannica: la quale peraltro non poteva che essere,
in Italia come in Gran Bretagna, un fondamentale
punto di riferimento. Purtroppo il risultato finale
è parzialmente inficiato dall'emergere con
forza della endemica zoppìa vocale di Pagani
e compagni che, francamente, si traduce anche in
una lirica un po' pallida. La seconda traccia -
"Generale" - è sufficiente a spazzare via
qualsiasi illazione sulla mancanza di autonoma ispirazione
e originalità da parte della P.F.M. Si tratta del
pendant, interamente strumentale, di "E' festa",
lungo la strada della ricerca di un suono personale,
italicamente solare. Il ritmo è travolgente,
quasi contagioso: una musica che non assomiglia
a nessun'altra; e questo è un merito non
di poco conto. Azzeccato è l'uso del violino,
il cui suono viene parzialmente imitato dalla chitarra
elettrica e dalle tastiere: dal sottofondo emerge
il pianoforte. Un discorso a parte merita la variante
interna del pezzo: una classica marcetta. Questo
genere di composizione è stato assai frequentato
dal progressive, che l'ha interpretato in varie
forme. Ricordiamo qui alcuni esempi che ci servono
di confronto: tre di ambito inglese e due di ambito
italiano. Iniziamo dalla marcia militaresca, in
crescendo, con cui si apre "The Battle of Epping
Forest" dei Genesis,
canzone di argomento ironicamente bellico; l'album
è "Selling England
by the Pound", del '73. Gli altri due casi del
prog britannico li ricaviamo invece dai Camel.
Il primo riguarda la prima parte, intitolata "The
Procession", di "Nimrodel", terza traccia dell'album
"Mirage", datato 1974.
Il secondo si riferisce invece al primo brano -
"Aristillus" - dell'album "Moonmadness", anno '76.
Un po' atipica e a parte, nonostante il titolo,
è invece "The Great Marsh", sempre dei Camel, da
"The Snow Goose"
del '75. Tutti e tre gli esempi succitati seguono
dunque cronologicamente l'opera della P.F.M. In
ambito italiano possiamo indicare due composizioni
del Banco del Mutuo Soccorso: "Traccia", dall'album
d'esordio del gruppo, contemporaneo di "Per
un amico", e "Traccia II", dal lavoro dell'anno
seguente, "Io sono
nato libero". Siamo pronti a scommettere che
qualche lettore non sarà d'accordo con noi,
almeno riguardo ai due ultimi brani citati. Noi
siamo invece del parere che essi possano essere
ricondotti proprio alla forma della marcia. In definitiva
da quanto detto ricaviamo alcune riflessioni. Innanzitutto
risulta evidente come la Forneria sia pienamente
inserita nell'ambito culturale progressivo. In secondo
luogo che in questo ambito essa ha operato talvolta
in anticipo rispetto ai blasonati concorrenti. Non
pensate però che noi si faccia una montagna
di un sassolino: ci siamo serviti di un singolo
caso per dare conto concretamente del nostro più
generale assunto: insomma, una sineddoche, la parte
per il tutto. Il parallelo più interessante
si instaura con il brano dei Genesis.
Pur diversissime, "Generale" e "The Battle…" hanno,
guarda caso, una comune tematica latamente marziale,
in cui la forma della marcia si inserisce a meraviglia.
Anche tipologicamente e strumentalmente la somiglianza
è notevole: si tratta di due marce allegre, leggere,
di grazia settecentesca, laddove quella italiana
tende maggiormente al popolaresco. La ripresa del
tema principale è preceduta da un solitario
intervento di organo Hammond. Nel cuore del disco
troviamo poi la title track, con la quale ci si
offre un'altra prova convincente: è brano
compatto, che alla lunga riesce quasi a far dimenticare
la sezione vocale, anche qui, tanto per cambiare,
tendente all'evanescente. Il fatto è che,
una volta abituato l'orecchio, le belle parti strumentali,
qui e in altri brani, fanno sì che il cantato
non sfiguri più di tanto; che, anzi, sembri
conforme allo stile del gruppo. Il meglio dell'album
termina qui. - E "Il banchetto"? - direte voi. Effettivamente
"Il banchetto", che occupa grosso modo il ruolo
che "La carrozza di Hans" ha in "Storia
di un minuto", vale a dire quello di canzone
composita e di consistente lunghezza, può rivendicare
al suo attivo il testo migliore di tutto l'album,
molto progressivo nella sua struttura dialogata
e nel tono ironico e favolistico. Anche la musica
è condotta su questo tono, specialmente nella
prima parte e nella ripresa conclusiva. Tuttavia,
e veniamo alle critiche, non manca la zavorra, individuabile
per lo più nel lungo strumentale centrale, non molto
brillante, ammuffito: specialmente a causa dei pesanti
birignao tastieristici. Decisamente migliore il
seguente assolo di pianoforte, oscillante fra i
caratteri della sonata classica e quelli del jazz.
Il punto dolente di "Per un amico" ci viene incontro
però proprio nell'ultima traccia, cioè "Geranio".
Nelle intenzioni voleva probabilmente essere l'equivalente
di "Grazie davvero", della quale conserva i frequenti
cambi di ritmo, i repentini scarti dello strumentale
e della melodia. Ma in questo caso il risultato
è farraginoso, fiacco, tirato per le lunghe. Il
meglio sono i primissimi e delicati secondi iniziali;
poi il brano si diluisce in una soluzione assai
poco significativa. Tediosa la monotona coda finale.
Considerata la durata di otto minuti (è la traccia
più lunga dopo "Il banchetto"), su un totale di
circa 34, il giudizio sul caso singolo non potrà
che influenzare quello complessivo. Tutti i brani
portano la firma Mussida-Pagani-Premoli.
-
Appena un po'
- Generale
- Per un amico
- Il banchetto
- Geranio
I
commenti
Popten 31 luglio 2002
Con tutto il rispetto possibile immaginabile
nei confronti
dell'autore della recensione in questione(certamente
interessato al
movimento progressive,come si evince dalle
continue e -permettimi- talvolta
irrilevanti citazioni),trovo inconcepibile
giudicare questa GEMMA inferiore
all'album di esordio.La sola 'Appena un po''
giustificherebbe un parere
diverso,se non fosse altro che si tratta di
uno dei pezzi progressive più
emozionali,oltre che tecnicamente molto valido,in
assoluto.E,tra parentesi,a
me pare di scorgere più attinenze con
Starless dei King Crimson,piuttosto
che con In the court of Crimson King,sia come
struttura e sonorità del pezzo
che come valore assoluto(In the court è
francamente inferiore,seppur resti
sempre un ottimo pezzo...).Concordo,poi,pienamente
sui pareri riguardanti
'Il banchetto' e 'Generale',mentre la title-track
andrebbe a mio parere
lodata maggiormente.Per non parlare poi della
critica fatta a
'Generale',francamente inspiegabile:trovo
addirittura al limite del ridicolo
un confronto(per altro con 'insuccesso'!!!)con
'Grazie davvero',a parer mio
un pezzo un po' scontato e neppure eccezionale...
Il punto è questo:se vogliamo semplicemente
giudicare un disco progressive
come un lavoro appartenente ad un genere come
un altro,allora è naturale che
un ascolto più accessibile(e 'Storia
di un minuto' SICURAMENTE lo è)venga
privilegiato,ma se vogliamo valutare un cd
inserendolo nel relativo contesto
di appartenenza musicale(e per lo più
facendo confronti con lavori
analoghi,come nella recensione sopra),beh,non
ci siamo proprio...Senza nulla
togliere a 'Storia di un minuto',che rimane
un disco ottimo e un esordio a
dir poco eccellente,lo spessore,soprattutto
emozionale,raggiunto da 'Per un
amico' mi pare un po' lontano.
Perciò,consiglio caldamente a chi ama
davvero il progressive ed è pronto
ad
un ascolto attento e profondo,di non lasciarsi
sfuggire 'Per un
amico'.Sarebbe un vero peccato...
Federico,perdonami se eventualmente ti fossi
risentito,ma non POTEVO
esimermi da questo messaggio,visto quello
provo ascoltando questa
gemma.Sicuramente mi capirai.
Matteo "bill bruford" Pancera
27 agosto 2001
Questo
disco patisce il confronto con la bellissima
ispirazione del precedente provando a ripetere
la formula di STORIA DI UN MINUTO.Bello in
certi punti ma si sente la mancanza di un
cantante di ruolo quindi non ha un grande
impatto con ascoltatore che si aspetta un
capolavoro.
mosca1977 6 maggio 2001
la
tempesta prima della quiete