Come molti di voi oramai sapranno, “Person Pitch” è stato
album osannato un po’ ovunque dalla critica: si sono potuti intravedere
peana nei suoi confronti in tutta quella porzione di mondo che si occupa di
rock. Niente di cui poi ci sia da stupirsi particolarmente, a dire il vero;
dopotutto il buon Panda (Noah Lennox all’anagrafe), ha da sempre potuto
godere di un certo credito nell’universo dei critici musicali, grazie
anche alle dinamitarde incursioni operate dall’Animal Collective di cui è parte
integrante e indispensabile. Già, il collettivo animale...
ciò che sorprende, nell’approcciarsi alle più disparate
derive recensorie che si è avuto modo di incontrare nel corso di questi
mesi, è il silenzio pressoché obnubilante nel quale sono stati
gettati gli altri album solisti di Panda Bear. Perché, se è indubbio
che l’esperienza Animal Collective abbia segnato profondamente “Person
Pitch”, è altrettanto innegabile che senza album come l’omonimo
del 1999 e “Young Prayer” probabilmente staremmo parlando di qualcos’altro.
A volte sembra che Noah Lennox soffra della sindrome di Ciccio,
o cretinismo delle valli che dir si voglia... la sua musica diventa improvvisamente
infantile, nel senso più etimologico del termine. A volte questo produce
semi-sbandamenti (vedi il già citato “Young Prayer”, ma
anche alcune sortite con gli Animal Collective, tra cui proprio l’ultimo “Strawberry
Jam”), altre volte invece trae forza proprio dalla sua stupefacente naiveté. “Person
Pitch”, fortunatamente, fa parte di questa seconda genìa; permangono
i rumori, i boati, le deflagrazioni, ma sottopelle si fa largo un’ispirazione
quasi mistica e addirittura riflessi di power-flower, come se questo ragazzotto
americano abbeverasse la sua arte direttamente al sole californiano. Da “Comfy
in Nautica” a “Ponytail” passando per monoliti sonori quali “Bro’s” e “Good
Girl/Carrots”, quello che ci viene proposto è un viaggio alla
ricerca di un panteismo contemporaneo, vissuto con la gioia e la volontà di
stupirsi a tutti i costi che sono proprie dell’ingenuità (o della
saggezza, se preferite); che Noah Lennox sia o no un hippie – ecco un
altro punto fermo su cui la critica si è soffermata, senza comprendere
come la consequenzialità delle cose rischi di essere puramente accidentale
-, o che la sua accolita di seguaci voglia ricreare in questo ventunesimo secolo
le utopie e le speranze di cui vissero e si nutrirono i loro coetanei di quarant’anni
fa, è argomento che francamente lascia il tempo che trova. Quello che
conta davvero è notare come la sua musica sia riuscita a trovare miracolosamente
un equilibrio tra i mantra ossessivi di natura cosmica, il percussionismo “for
dummies” di cui fu maestro il David Peel di “Have a Marijuana” (ma,
prima ancora, il Moondog che si vestiva da vichingo e circolava per la Sixth
Avenue) e l’e(pop)ea degli anni sessanta. Senza per questo dimenticare
accenni di tribalismo, masticatura di radici del suono americano e chi più ne
ha più ne metta: ma non è su queste ultime derive che dovrebbero
incentrarsi i vostri sforzi durante l’ascolto (se proprio volete un’immersione
senza bombola di ossigeno in siffatto magma, andatevi a ripescare gli Animal
Collective di “Here Comes the Indian” e “Sung
Tongs”),
perché non sono loro a guidare le danze.
Lasciatevi dunque trasportare nel vortice di questo sabba
eliocentrico, riverberato ma mai angosciante, etereo eppure così straordinariamente
umano, tattile, sensibile. Se sarete fortunati, vi sentirete presto parte di
quella congrega di quasi-umani che la fa da padrone sulla copertina di “Person
Pitch”: e se non vi sentite lusingati dall’augurio, allora non
avete ancora capito di cosa si sia parlato finora...
collegamenti su MusiKàl!
Animal Collective - Strawberry Jam
Animal Collective - Feels
Animal Collective - Intervista (19-7-2004)
Animal Collective - Sung
Tongs
Animal Collective - Here Comes The Indian