Una ragazza timida si aggirava in uno studio
radiofonico. Aveva solo ventun anni, e da lì
a poco avrebbe pubblicato il suo primo, formidabile
disco. Era piccola, di una magrezza impressionante;
eppure, davanti a quel microfono, con l’incoscienza
della perfetta sconosciuta, si trasformò
in una forza della natura. Era il 29 ottobre del
1991, e PJ Harvey
registrava allora la prima delle sue nove “Peel
Sessions”, al cospetto del leggendario DJ
di Radio BBC One. Fu l’inizio di una parabola
artistica meravigliosa: da lì a pochi mesi
“Dry” sarebbe
esploso come una bomba di sensualità blues
annegata in torbide acque post-punk.
A due anni dalla morte di John Peel, dodici
delle canzoni registrate negli anni da PJ Harvey
vengono raccolte in un live a dir poco stupendo.
Sì, stupendo, e non si creda che la mia
sia solamente questione di devozione sorda: i
brani, registrati in questa maniera nuda, senza
mediazioni, rendono al meglio, sia che provengano
dalle ruvidezze dei primi album che dalla visceralità
educata degli ultimi periodi.
Si parte con “Oh my lover”, come
è giusto che sia: anche “Dry”
iniziava allo stesso modo, ma qui l’impatto
è veramente violento, crudo, ed è
incredibile la potenza emotiva che questo brano
sprigiona anche dopo tutti questi anni; è
un tuffo al cuore riascoltare il suono inconfondibile
della batteria di Rob Ellis cercare di farsi largo
tra le distorsioni in “Victory”, o
la voce di Polly Jean deragliare, senza filtri
com’era, sul finale di “Water”,
e trovarvi la stessa forza di allora, immutata.
Questo disco è anche l’occasione
di riscoprire brani minori, apparsi come b-side
o in edizioni rare: trovano finalmente uno spazio
ufficiale le perversioni metalliche di “Naked
cousin”, o la cover di “Wang dang
doodle” di Willie Dixon (talmente bella
da fare di PJ Harvey la più grande interprete
moderna di blues), o ancora la voce schizofrenica
di “Losing ground” e la paranoia urbana
di “This wicked tongue”. Canzoni minori,
forse, ma che non sfigurano affatto, tanto da
non far sentire la mancanza in scaletta dei brani
del periodo di “To bring you my love”.
Alla fine della corsa, tutto si fa più
intimo: la sommessa acustica di “That was
my veil” e una “You come through”
rotta dall’emozione mostrano un lato meno
bellicoso di PJ Harvey, incredibilmente dolce;
e se il nuovo album, previsto nel 2007 e anticipato
come pieno di brani al pianoforte, riuscirà
ad avere la bellezza di questa “Beautiful
feeling”, allora sarà di nuovo capolavoro,
come per i primi tre magnifici dischi di inizio
carriera.
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PJ Harvey - la Kalporzgrafia