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PEARL JAM
Pearl Jam (J Records, 2006)
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di perronegro scrivi un'email

Nonostante venga spesso ricordato che i Pearl Jam hanno perso negli anni il grosso del pubblico che gli aveva tributato il trionfo degli esordi, ogni loro nuova uscita viene attesa con curiosità un po' da tutti, riconoscendo implicitamente che non stiamo parlando di un gruppo bollito ma di gente che ha mantenuto negli anni uno status di credibilità (cosa che il nocciolo di duro dei fans non ha mai messo in dubbio). Ecco perché ormai tutti saprete già cosa c'è dentro a questo ultimo “Pearl Jam”, ottavo album in studio e primo ad uscire per l'etichetta J Records.

Io invece mi sono preso il tempo di trovare quello che non c'è nell'ultima fatica degli ex paladini del grunge. Non c'è l'accento sulla situazione politica e internazionale dell'ultimo “Riot Act”. Non ci sono le atmosfere sospese e dilatate di “Binaural”, le loro suggestioni psichedeliche. Non ci sono le ballate introspettive e le influenze vagamente esotiche di “No Code”. Non c'è nemmeno il rock dai suoni sporchi e imperfetti in cui avevano mutato il suono grunge iniziale, seguendo la lezione “garagista” del Neil Young più elettrico.

Quello che “Pearl Jam” ha da offrire è in gran parte hard rock canonico, con i volumi che tornano ad alzarsi e chitarre che di nuovo pestano duro, arrivando a lambire lo heavy metal più classico; Eddie Vedder torna a urlare per la gran parte del tempo il suo essere fuori posto rispetto al mondo, la rabbia di non capire perché le cose debbano essere così crudelmente complicate. Non manca poi la consueta dose di ballate, cupe come lo potevano essere quelle di “Vitalogy”. Qualcuno ha salutato tutto questo come quel famigerato “ritorno al passato” che ha sempre i suoi scellerati sostenitori, nostalgici di chissà quale età dell'oro. Quello che vedo io è invece è un presente ingessato in schematismi scontati e risaputi, tipo killer/ballata, elettrico/acustico, che riassumono interamente lo spettro sonoro dell'album: non ci sono sorprese, c'è molto mestiere, c'è la sensazione che i cinque di Seattle abbiano impostato il pilota automatico.

Intendiamoci, i Pearl Jam non sono mai stati degli sperimentatori: la tanto anelata indipendenza dalle logiche del mercato “grosso” non ha portato la band verso mirabolanti esplorazioni sonore, ma verso una rielaborazione di schemi riconoscibili e metabolizzati nell'immaginario rock, che tiene a mente i tanti modelli dichiarati del gruppo. Eppure stavolta mancano le sfumature, i chiaroscuri che avevano caratterizzato il passato recente: basta riascoltarsi il live alla Benaroya Hall per ricordare che Eddie sa fare molto più che urlare, che quella voce formidabile può ancora toccare nuove vette e nuovi abissi, anche con solo una chitarra acustica o una fisarmonica ad accompagnarla.

Se poi penso che questo album arriva dopo più di tre anni di silenzio discografico, e che si chiama “Pearl Jam” quasi a voler dire che contiene la vera essenza del gruppo, mi prende un leggero senso di irritazione. Come collezione di inediti e B-sides poteva essere succulenta, ma i Pearl Jam sanno fare molto di più che ripetere certi vecchi riff in maniera semi-meccanica.

collegamenti su MusiKàl!
Pearl Jam - le recensioni
Neil Young - le recensioni

 



22 maggio 2006


Track list:

1. Life Wasted
2. World Wide Suicide
3. Comatose
4. Severed Hand
5. Marker In The Sand
6. Parachutes
7. Unemployable
8. Big Wave
9. Gone
10. Wasted Reprise
11. Army Reserve
12. Come Back
13. Inside Job



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