Nonostante venga spesso ricordato che i Pearl
Jam hanno perso negli anni il grosso del pubblico
che gli aveva tributato il trionfo degli esordi,
ogni loro nuova uscita viene attesa con curiosità
un po' da tutti, riconoscendo implicitamente che
non stiamo parlando di un gruppo bollito ma di
gente che ha mantenuto negli anni uno status di
credibilità (cosa che il nocciolo di duro
dei fans non ha mai messo in dubbio). Ecco perché
ormai tutti saprete già cosa c'è
dentro a questo ultimo “Pearl Jam”,
ottavo album in studio e primo ad uscire per l'etichetta
J Records.
Io invece mi sono preso il tempo di trovare
quello che non c'è nell'ultima fatica
degli ex paladini del grunge. Non c'è l'accento
sulla situazione politica e internazionale dell'ultimo
“Riot Act”.
Non ci sono le atmosfere sospese e dilatate di
“Binaural”,
le loro suggestioni psichedeliche. Non ci sono
le ballate introspettive e le influenze vagamente
esotiche di “No Code”. Non c'è
nemmeno il rock dai suoni sporchi e imperfetti
in cui avevano mutato il suono grunge iniziale,
seguendo la lezione “garagista” del
Neil Young
più elettrico.
Quello che “Pearl Jam” ha da offrire
è in gran parte hard rock canonico, con
i volumi che tornano ad alzarsi e chitarre che
di nuovo pestano duro, arrivando a lambire lo
heavy metal più classico; Eddie Vedder
torna a urlare per la gran parte del tempo il
suo essere fuori posto rispetto al mondo, la rabbia
di non capire perché le cose debbano essere
così crudelmente complicate. Non manca
poi la consueta dose di ballate, cupe come lo
potevano essere quelle di “Vitalogy”.
Qualcuno ha salutato tutto questo come quel famigerato
“ritorno al passato” che ha sempre
i suoi scellerati sostenitori, nostalgici di chissà
quale età dell'oro. Quello che vedo io
è invece è un presente ingessato
in schematismi scontati e risaputi, tipo killer/ballata,
elettrico/acustico, che riassumono interamente
lo spettro sonoro dell'album: non ci sono sorprese,
c'è molto mestiere, c'è la sensazione
che i cinque di Seattle abbiano impostato il pilota
automatico.
Intendiamoci, i Pearl Jam non sono mai stati
degli sperimentatori: la tanto anelata indipendenza
dalle logiche del mercato “grosso”
non ha portato la band verso mirabolanti esplorazioni
sonore, ma verso una rielaborazione di schemi
riconoscibili e metabolizzati nell'immaginario
rock, che tiene a mente i tanti modelli dichiarati
del gruppo. Eppure stavolta mancano le sfumature,
i chiaroscuri che avevano caratterizzato il passato
recente: basta riascoltarsi il live alla Benaroya
Hall per ricordare che Eddie sa fare molto più
che urlare, che quella voce formidabile può
ancora toccare nuove vette e nuovi abissi, anche
con solo una chitarra acustica o una fisarmonica
ad accompagnarla.
Se poi penso che questo album arriva dopo più
di tre anni di silenzio discografico, e che si
chiama “Pearl Jam” quasi a voler dire
che contiene la vera essenza del gruppo, mi prende
un leggero senso di irritazione. Come collezione
di inediti e B-sides poteva essere succulenta,
ma i Pearl Jam sanno fare molto di più
che ripetere certi vecchi riff in maniera semi-meccanica.
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