“Paul Weller è un artista straordinario, anche nella capacità di controllare in ogni momento il tipo di stella che vuole essere: mai troppo remota, mai troppo luminosa”. Ci voleva Pete Townshend, portavoce di una generazione, per riassumere in maniera inequivocabile e definitiva la trentennale carriera di uno degli artisti più camaleontici e dotati della storia del rock. E il concerto dell’Estragon dello scorso 15 ottobre ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, che Paul Weller è ancora una stella polare imprescindibile per chi ama un certo tipo di rock.
50 anni all’anagrafe, il Modfather è salito sul palco alle 22 precise di fronte ad un pubblico equamente diviso tra mods con t-shirt dei Jam, quarantenni che hanno consumato le suole in discoteca sulle note degli Style Council e fricchettoni dall’aria svagata. In un tripudio di Ben Sherman, Merc e Fred Perry, Weller ha imbracciato la Diavoletto e, senza tanti preamboli, si è lanciato a testa bassa nel riff di "Peacock Suit", duettando subito con l’ottimo chitarrista Steve Craddock. Pur orfana della sezione ritmica da Nobel della premiata ditta White/Minchella, la band ha dimostrato sin dalle prime note di essere conforme agli elevati standard richiesti da Mr.Cool: sound vintage, feeling e versatilità. E che Weller fosse in serata di grazia, occasionali mancanze della voce a parte, lo si è capito sin dal primo istante: mulinelli di braccia, salti, urla ed un sorriso estasiato, così poco modernista, perennemente sbattuto in faccia al pubblico. Il quale ha gridato al miracolo quando l’incarnazione del british pride si è rivolto alla folla in italiano…
Dopo una prima mezz’ora con l’acceleratore a tavoletta, Weller ha iniziato la miriade di cambi di chitarra inaugurando, Telecaster tra le mani, la parentesi dedicata all’ultimo disco. Quel "22 Dreams" che ha estasiato i critici, che lo hanno definito il suo White Album, e lasciato perplessi molti dei fans più accaniti. Suoni morbidi, sostenuti dal piano elettrico, melodie elementari, arpeggi acustici ed un vago profumo di melassa hanno invaso l’Estragon e intasato le narici di un pubblico che invece pretendeva di sentire ancora l’odore acre del sangue. E sangue Weller ha regalato, sfogliando, finalmente senza imbarazzo, il suo vecchio catalogo, rimasto ad ammuffire per tanti, troppi anni nel baule delle sue vite musicali precedenti: "Shout to the top", ripulita dagli orpelli elettronici della versione Council, ha dimostrato grandezza nella sua nudità, mentre "That’s entertainment" ha portato la stessa gioia a tanto ai numerosi orfani dei Jam quanto al suo autore che, probabilmente in preda alla commozione, ha più volte invertito le strofe. Quasi a scusarsi con il pubblico per l’autoindulgenza, Weller ha subito stravolto un suo classico dell’era solista, quella "Wild wood" eseguita in versione dub, molto simile al remix che, nel lontano 1993, contribuì a lanciare i Portishead.
In un crescendo epico, il Modfather ha cavalcato tutte le sue passate stagioni, e la presente e viva chiamando il sipario con quella "Echoes round the sun" che, in un album che comunque porta ben impresso il suo marchio, è paradossalmente l’unico pezzo da "22 Dreams" in puro Weller style. I due bis hanno alzato la temperatura fino all’orgasmo finale, goduto senza vergogna e con pura gioia animale da pubblico e band: "Town Called Malice". Ovvero uno dei picchi dell’era Jam, una canzone che da sola varrebbe la carriera di tutti quegli innumerevoli figli dell’Impero Britannico che, da trent’anni a questa parte, sono costretti a fare i conti con la pesante ombra di questo artista straordinario.
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