Patti Smith è stata per anni la sacerdotessa
del punk; il fatto è, con incanto e meraviglia
di tutti, che lo è ancora. Sapete, questa
sera sul palco è passato un pezzo di storia
del rock, e bisogna fare attenzione, quando si
va a vedere certi artisti leggendari: tanti, troppi,
tendono a invecchiare male e a perdere la percezione
del quando sarebbe giusto smettere.
Patti entra in scena, una strega scheletrica
e sensuale, il buon Lenny Kaye alla sua sinistra,
attacca “Beneath the southern cross”,
e di colpo siamo tutti in ginocchio: una voce
maestosa, una carezza data da una mano di carta
vetrata. Tutto sembra immobile, niente è
cambiato da quando, nel 1975, il rivoluzionario
verso “Jesus died for somebody’s sins
but not mine” diede l’avvio a “Gloria”
e a una delle storie più belle che la musica
rock ricordi.
Patti Smith non ha più bisogno di convincere
nessuno, tiene il palco con un’energia perfino
innaturale, sputa sulle prime file, urla, si contorce,
incita; l’una dopo l’altra arrivano
le gemme di un passato che tanto passato non sembra
per niente: “Kimberly”, “Redondo
beach”, “Break it up”, “Frederick”,
“Pissing in a river”… tutto
è perfetto, anche il recupero di brani
dal non eccezionale “Peace and noise”
(la “1959” dedicata al popolo tibetano
e la cupa “Dead city”) e la scelta
di trascurare del tutto l’ultimo deludente
“Gung Ho”.
Come da copione, il meglio arriva nel finale,
tra canzoni talmente note da essere cantate a
squarciagola perfino dai sassi (“Because
the night”, “People have the power”),
quel tripudio di sensualità che è
“Dancing barefoot” e quella spettacolare,
travolgente corsa a perdifiato che è “Gloria”.
Non ci sono parole se non di ammirazione e di
amore assoluto, ma manca ancora una cosa, una
canzone, e con quella Patti chiude il concerto,
non prima di una bella cover di “Jumpin’
Jack Flash”; tutti aspettavamo “Rock
‘n roll nigger” e quella arriva, sotto
forma di una velenosa tempesta elettrica di un
quarto d’ora, tra i proclami anti-Bush di
Patti, uno strepitoso assolo di Kaye e la cantante
che conclude strappando a mani nude le corde della
sua chitarra. La sacerdotessa del punk è
passata di qui, stasera, e pochi di quelli che
l’hanno vista se lo dimenticheranno.