La storia della musica è piena di misteri.
Dilemmi mai risolti. Enigmi inspiegabili. Scoperte
inaspettate. Contraddizioni insolute. Con le dovute
proporzioni i Piano Magic rientrano senza difficoltà
in fenomeni di questo genere. Protagonisti passati
sotto silenzio dell’underground inglese
capaci di venir fuori dal 1997 con ben nove lp,
svariati mini-cd, ep e singoli, in una continua
ascesa che ha definitivamente catturato l’attenzione
dell’Italia con l’ottimo “Disaffected”,
indubbiamente uno degli album più belli
del 2005. Attenzione culminata con la distribuzione
italiana targata Homesleep nell’anno della
collaborazione tra Johnson e i Giardini Di Mirò,
nel brano “Self Help” contenuto in
“Dividing
Opinions”, ultimo atto della band emiliana.
Mai una caduta di stile, mai una caduta di tono
dopo gli acerbi esordi in cui le influenze finivano
per offuscare la vera identità del progetto.
Un progetto multiforme, dalle sonorità
difficilmente accostabili a un determinato filone,
che svaria dall’evidente eredità
della dark-wave dei primi anni 80 con allusioni
tra shoegaze, post-rock e slowcore, amalgamate
dall’amore per i synth e l’elettronica
e da una decisiva attitudine cantautorale. Tante
anime quanti i musicisti, decine e decine in dieci
anni di carriera, della cui collaborazione si
è avvalso il cantante e chitarrista inglese
Glenn Johnson per plasmare la sua creatura ineffabile.
Il nuovo disco ha come unico difetto quello di
arrivare dopo due dischi praticamente perfetti,
il già citato “Disaffected”
con le sue ballad malinconiche e spettrali e “The
Troubled Sleep Of Piano Magic” con cui si
era arrivati alla quadratura del cerchio, non
solo nella line-up quanto nella sintesi tra le
varie venature della band in un sound tipicamente
Piano Magic che ha già i primi imitatori.
Per il resto “Part-Monster” spazia
agilmente tra i caratteristici paesaggi notturni
metropolitani (“The Last Engineer”,
“The King Cannot Be Found”) in cui
l’avvolgente timbro di Johnson trova rifugio
protetto da tessuti di chitarre stridenti alla
Cure e ritmiche
d’impronta chiaramente wave, tracciate da
alienanti synth in una sconvolgente alternanza
di scorci scarni e secchi alla Joy Division e
corpose dilatazioni stranianti tra Cocteau Twins
e My Bloody Valentine.
Ciò che sorprende semmai è l’aggressività
e la preminenza della chitarre, nell’esplosiva
coda distorta di “Saints Preserve Us”
e nell’inarrestabile cavalcata strumentale
di “Great Escapes” che dà l’idea
di un tributo dei Mogwai ai Piano Magic con quelle
chitarre che si rincorrono incessantemente tra
pause e vertiginose riprese in vortici di echi
e riverberi sintetici. Non c’è solo
la nebbia, che pervade anche la sognante decadenza
di “Cities & Factories”, ma a
tratti pare filtrare persino qualche raggio di
sole, tra le tastiere e i fiati di “Halfway
Through”. Atmosfere opposte con in comune
quella peculiarità delle ballate di Glenn
Johnson, la torbida andatura dei Bark Psychosis,
l’evanescenza spaziale dei Flying Saucer
Attack che si scontrano con la melodiosa visceralità
degli Smiths. Sostanzialmente non cambia l’effetto
con l’apporto di quella che è diventata
ormai l’insostituibile ninfa dei Piano Magic,
la cantante francese Angéle David-Guillou
(da segnalare l’uscita parallela del promettente
esordio da solista con l’acronimo “Klima”).
Il suo timbro etereo da novella Elizabeth Fraser
si è ormai inserito perfettamente nelle
dinamiche del quintetto anglo-francese. Ammalia
nell’elegante “Soldier Song”
che rievoca non poco le intuzioni naif degli Hood.
Seduce in “Incurable” magnetismo elettronico
alla Lali Puna non privo di venature shoegaze
loveless-iane, reprise del brano che aveva
dato il titolo all’ultimo EP. Duetta timidamente
nel cinico disincanto della sofferta “England’s
Always Better” e nel miglior finale possibile,
la titletrack, fugace spunto folk dalle tinte
revival, sospeso sul nulla alla maniera dei Red
House Painters. Perché Glenn Johnson è
uno di quegli artisti che si preoccupa poco di
guardare al futuro, è un nostalgico che
vive nel passato (come cantava in “The Nostalgist”),
tra rimpianti e incubi mai lasciati alle spalle
e effimeri lampi di sollievo.
Aspettare che i Piano Magic entrino a far parte
del passato per riscoprirne il valore e la magia,
sarebbe un errore imperdonabile. Per chi non si
fosse accorto di una delle band più valide
dall’inizio del nuovo secolo, “Part-Monster”
potrebbe essere l’ultima occasione.
collegamenti su MusiKàl!
Piano Magic - Disaffected
Giardini di Mirò - Dividing
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