Sotto il nome Velvet Underground agirono, sicuramente,
menti geniali, capaci di dimostrare la loro grandezza
anche alla fine dell'esperienza comune.
Se il lavoro solista di Lou
Reed è arcinoto e acclamato un po'
ovunque (e album come "Transformer",
"Rock'n'roll Animal" e "New
York" meritano in pieno questo plauso)
e Nico sta vivendo una doverosa riscoperta postuma
- quanti artisti possono vantare un'opera all'altezza
di "Desertshore"?
- il genio poliedrico e instancabile di John Cale
continua a giacere purtroppo nell'ombra.
Tornato improvvisamente alla ribalta nel 1990
grazie alla pubblicazione di "Songs for Drella",
splendido album scritto a quattro mani con Reed
e dedicato alla figura di Andy Warhol, il Nostro
è immediatamente tornato nel dimenticatoio,
artista troppo incoerente per conoscere un apprezzamento
duraturo da parte del pubblico.
Eppure l'opera solista di Cale presenta gemme
di assoluto valore, come per l'appunto questo
"Paris 1919". Uscito nel pieno dell'estetismo
decadente tanto caro alla generazione glam, questo
album ne è intriso, pur viaggiando su strade
totalmente diverse rispetto a quelle di autori
come Bowie o i T. Rex di Marc Bolan. L'estetismo
di Cale è ricco di riferimenti colti, che
vanno dalla musica classica (come l'improvviso
irrompere dell'organo nella sorridente "Child's
Christmas in Wales") alle reminiscenze barocche
e celtiche proprie della sua natura gallese.
L'eleganza e la purezza di "Hanky Panky
Nohow" mostrano il volto più dolce
e tenue di questo artista la cui grandezza è
spesso relegata a quell'indiavolata e squarciante
viola elettrica che dà linfa vitale a "Venus
in Furs", capolavoro orgiastico dei Velvet
Underground. I rimandi a quell'avventura irrompono
in realtà solamente nella sfrenata "Macbeth",
r'n'r venato di country, sporco e spezzato e nella
delicata ballata "Andalucia", toccante
e che risulta impossibile non immaginare narrata
dalla voce salmodiante e vagamente teutonica di
Nico.
Il resto è l'incedere orchestrale e acustico
dell'eterea "The Endless Plain of Fortune",
dal crescendo irresistibile, la perfezione pop
della title-track, sorretta dagli archi e dai
toni bassi di una tromba, lo stralunato e divertito
saltellare di "Graham Greene", la chitarra
country ad accompagnare l'organo prima dell'irrompere
di basso e batteria di "Half Past France",
il sussurro delicato e vagamente paranoico di
"Antarctica Starti Here" che acquista
forza in un crescendo perfettamente a metà
tra la musica da camera e il rock, prima di estinguersi
in un ossessivo pianoforte. Una delle più
riuscite riletture del pop, che acquista un fascino
e un'eleganza troppo spesso ingiustamente negatogli.
Eleganza e raffinatezza che Cale spargerà
sempre nella sua opera, sia quando affronterà
il punk distorto in "Helen of Troy",
sia quando se la vedrà con le spettrali
e lugubri atmosfere di "Music for a New Society"
(il suo secondo capolavoro), sia quando infine,
rileggerà in una veste acustica, dal vivo,
la sua opera, nello splendido live "Fragments
of a Rainy Season".
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