D'accordo, forse non ci troveremo di fronte ad un
capolavoro; fatta questa prima considerazione, lasciamoci
pure accompagnare dalle malinconiche e belle, sì,
belle melodie di questi quattro "kids" britannici,
certamente più giovani della loro musica.
Infatti, ascoltando per la prima volta "Parachutes",
disco d'esordio di questa band inglese, non è
possibile non rivolgere la mente a illustri predecessori
nemmeno troppo antichi, quali Radiohead (quelli
con più chitarra e meno mellotron) e Smiths;
e come questi, i Coldplay si dimostrano in grado
di scrivere canzoni, come "Shiver", "Don't panic",
"Sparks", piene di quella "solare tristezza" come
solo gli inglesi sono capaci.
Ma i riferimenti non si fermano qui: la voce di
Chris Martin, il ventiduenne cantante-chitarrista
dei Coldplay richiama alla mente i toni rauchi e
melanconici di un Jeff Buckley o di un Ben Harper.
I testi, a dire il vero non particolarmente ispirati,
ricalcano perfettamente l'angoscia e l'ossessività
della musica (testi come "Yellow" o "Spies" rasentano
la paranoia; aspetto comunque in grazia il giorno
in cui qualcuno mi spiegherà perché
i testi inglesi, belli o brutti che siano, tradotti
in italiano risultino irrimediabilmente delle emerite
cazzate).
Una volta individuati i dovuti riferimenti, ciò
che rimane è un buon album che corre lungo
melodie accattivanti, riff di chitarra semplici
ma efficaci, suoni avvolgenti e duri q.b., le ballate
con tanto di pianoforte ("Trouble"), la hit-single
da fischiettare per strada ("Yellow"). Apparentemente
questa sembra essere una ricetta dal successo sicuro
e facilmente riproponibile. Nulla di nuovo, dunque;
solo quaranta minuti di musica che sembra già
avere una storia, ma di cui solo la storia giudicherà
il valore.
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Coldplay - biografie
e recensioni
16 settembre 2000
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