Paolo Conte
entra indossando uno smoking, si accarezza i baffi
e annuisce agli applausi che lo accolgono. Sembra
intimidito da un'accoglienza così calda,
a disagio, come se non riuscisse a capacitarsi
di quello che gli sta accadendo. Eppure lui è
lì sul palco a sessantasette anni, a raccogliere
i frutti di anni e anni di grande musica. Non
parla molto, si accomoda al pianoforte posto al
centro della scena e inizia a suonare. Dietro
di lui, una dozzina di eccellenti strumentisti,
un contrabbasso, due chitarre, una seziona fiati
corposa.
Con loro e con tutto il pubblico, Conte si immerge
in quel suo mondo fatto di jazz, sapori sudamericani,
canzoni italiane e francesi. Racconta i personaggi
che ha dipinto in una carriera a cominciare da
un capolavoro intitolato "Hemingway",
che dà via al concerto, e dal racconto
di una gioventù passata ad inseguire la
musica, "Sotto le stelle del jazz".
Lo si ascolta incantati perché nessuno
come Conte riesce a condurti nel suo mondo, senza
fare alcuno sforzo, ma catturandoti con la musica
e le parole, le suggestioni di paesi sognati e
trasfigurati dalla sua musica.
Ecco le arie sudamericane che soffiano in "Alle
prese con una verde milonga", lenta e trasognata
come sempre e in "Sudamerica", che viene
riletta con un tono surreale che ricorda le canzoni
a manovella Vinicio
Capossela, quasi che adesso sia il maestro
ad ispirarsi all'allievo. All'appello delle pagine
latino americane manca giusto la splendida "Blue
Tangos". Ma non c'è un momento per
rifiatare, il concerto è diretto e spogliato
di orpelli, senza archi e cori le canzoni brillano
nella loro veste scarna. Si assaporano le note
scoppiettanti di "Come di" e "Dancing",
si resta incantati da "Via con me",
che dimostra ancora una volta di essere una delle
più belle canzoni italiane di sempre. Conte
seduto al suo piano, si alza solo per lanciarsi
nel ritmo jazz di "Lo Zio" e dire qualche
parola, e per immergersi subito dopo nel ritratto
di amanti narrato in "Madeleine".
Poi la sua musica ti porta a spasso sull'aria
di "Aguaplano" e "Max", dove
la scrittura si apre verso orizzonti più
ampi, e per offrirti "Diavolo Rosso"
e Nord". Alla fine, come è giusto
e come è destino, è un'ovazione.
Conte si congeda con la seconda esecuzione della
serata di "Via Con Me", questa volta
accelerata e cantata in coro dal pubblico, e poi
esce a salutare.
Quello che si dice un grande artista.
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