Paolo Conte
si sta prendendo tutte le rivincite che gli spettano
di diritto. Cose come piazzare un proprio disco
in cima alle classifiche di vendita a sessantasette
anni o come essere uno dei pochi musicisti italiani
noti e stimati negli Stati Uniti. Oppure come
suonare allo Smeraldo per una settimana e trovarlo
ogni volta stipato di persone che attendono di
vederti. Conte, che si è costruito passo
dopo passo l'ammirazione ed il rispetto che merita
senza far nulla se non lavorare alla propria musica,
si comporta con grande stile e non si preoccupa
di nulla se non di suonare. Sul palco è
una figura stravagante, tanto è a proprio
agio con il pianoforte e le canzoni, tanto sembra
smarrirsi di fronte agli applausi e all'entusiasmo
che il pubblico gli tributa. E allo stesso modo
quando abbandona il pianoforte e si alza in piedi
per intonare quel brano pieno di poesia intitolato
"Madelaine", sembra quasi intimidito.
Dove Conte è un maestro è nel rivisitare
la sua musica, nell’offrire ai brani vesti
nuove e insolite. Si inizia, infatti, con "La
donna d'inverno", che questa volta ha quel
classico aroma jazz che si ritrova poco dopo in
"Sotto le stelle del jazz", nelle note
irrequiete di "Come di" e in quel brano
immancabile che è "Via con me".
Ma l'esempio più eclatante di come Conte
sappia giocare con le proprie canzoni è
una stravagante e riuscitissima versione di "Bartali",
costruita su uno xilofono che quasi sostituisce
il piano. Il gruppo di musicisti di cui si è
circondato, lo segue alla perfezione, lo asseconda
senza tentennamenti.
Così scorrono alcuni tra i brani migliori
dell'ultimo "Elegia",
ancora quell’atmosfera di vecchio jazz di
"Sandwich man", le note cariche di seduzione
di "Bamboolah", e il tono scanzonato
di "La giacca nuova".
E poi i brani di ampio respiro che svelano il
Conte più complicato e affascinante, quasi
orchestrale si direbbe, quello che insegue i suoni
cari a Morricone con "Diavolo rosso",
quello che conquista con la meravigliosa coda
strumentale di "Max", un momento che
lascia sempre senza fiato, o che incanta con gli
arrangiamenti di "Sparring Partner".
Mancano giusto "Aguaplano" e "Hemingway"
a completare quelle pagine di grande fascino.
In compenso, Conte offre il piano tenue di "Elegia"
e quel brano che profuma di ricordi di gioventù
intitolato "Lo Zio". E per concludere
il concerto una versione frenetica di "Via
con me".
collegamenti su MusiKàl! Paolo Conte - la Kalporzgrafia
28
febbraio 2005
I
commenti
M
Z 22 febbraio 2005
... Io, che sono qui per rivederti, io, che
sono qui per ritrovarti, io, che sono qui
per adorarti, io, che non so un tubo di concerti...
Nel teatro il brusìo cessa quando il
sipario si apre su un palco buio. Solo un
triste e solitario pianoforte splende sotto
le luci della ribalta. Tutto tace. Come per
incanto appaiono gli orchestrali, il basso
che è anche chitarra, le percussioni
che per magia diventano piano e fisarmonica,
i clarini, il mio amato sax...tutto in un
gioco di luci e ombre che sembra una sequenza
di scene montate per confondere lo spettatore.
Entra in scena dimesso come se fosse arrivato
il suo turno alle poste, fa un inchino e si
accomoda dove potrà presto far dannare
le sue dita.
Sono passati circa dieci anni dall'ultima
volta che lo vidi al Teatro Biondo di Palermo.
Allora avevo 15 anni ed ero capitata lì
per caso, ma questa volta no...
...e lo Smeraldo splende sempre anche per
noi...
Vorrei avere dentro le stesse emozioni di
dieci anni fa, ma è il concerto "promozionale"
e purtroppo ho dovuto prendere i biglietti
per la penultima serata...Le canzoni del nuovo
album sono belle, ma...La passione non è
ancora scoppiata, gli applausi sono riverenti
e ossequiosi. I vecchi brani sono sempre magnifici,
La donna d'inverno, Diavolo rosso, Via con
me, Come di, Sparring partners, Sotto le stelle
del jazz... Una puntina di delusione per gli
arrangiamenti troppo brasileri di Alle prese
con una verde milonga e per la mancata esecuzione
di brani come Dancing, Blue tango, Come mi
vuoi, Il nostro amico Angiolino, Boogie...
Mi dispiace lasciare un'ombra su un evento
che ho cercato per tanto tempo, ma forse la
scaletta ha privilegiato i miei brani "meno
preferiti". Nello stesso tempo, mi riscopro
colpevole di ingordigia. Il concerto dura
due ore abbondanti e sarebbe impossibile accontentare
tutti. Il pubblico è riconoscente per
ciò che gli è concesso e acclama
l'uscita del Maestro nonostante la chiusura
del sipario. Paolo! Paolo! Paolo! Avrà
pensato: Oh, ma mi tocca sempre fare la farsa
di uscire, sedermi e cantargli: Via, via,
andate via di qui... Almeno è quello
che ho pensato io, mentre il mio accompagnatore
(ingenuo) mi esortava a guadagnare l'uscita
prima della calca.
Il sipario si riapre, un'appassionata Via
con me prende corpo mentre il pubblico canta
ormai senza l'inibizione di "dar fastidio"
al vicino. E' un'ovazione generale, il pubblico
è in piedi e applaude dolorante. Adesso
è davvero finito...qualcuno non si
arrende continua ad esigere!
Spunta una mano. E' quella del Maestro, un
altro inchino e, per chi ricorda il gesto
di Johnny Stecchino, un "caput!".
Alza il braccio in segno di saluto e lo sento
così vicino che mi viene naturale ricambiare
il gesto.
... ma ora il buio cala e non rimane altro
che l'incantesimo sublime. E allora ... viva
la musica che ti va fin dentro all'anima che
ti va... penso di credere che finirò
sempre di vivere di te parapunzipunzipunzipum,
parapunzipunzipunzipum ...