Chi l’avrebbe mai detto che dietro il futurismo
russo si nascondesse un’anima di soffice
velluto pop, pronto a irrobustirsi senza mai perdere
un grammo del suo accattivante gusto melodico?
Scherzi a parte, il moniker che cela il volto
di Matthew Adam Heart non ha nulla a che vedere,
nella struttura musicale, con il pensiero e le
opere dei vari Majakovskij, Kamenskij, Burljuk
– e con le varie derive artistiche come
il raggismo di Larionov, il suprematismo
di Malevitch e il costruttivismo di Tatlin
– e resta dunque un semplice orpello, geniale
quel tanto che basta, messo a cappello del progetto.
Canadese di Toronto, Heart ha alle spalle “The
Method of Modern Love” e soprattutto “Let’s
Get Ready to the Crumble”, l’album
che gli ha permesso di varcare definitivamente
i confini della madre patria e di portare in giro
per il mondo la sua creatura. Creatura che ricorda
da vicino, per la struttura circolare dei brani,
il rispetto per la melodia nella pur continua
e testarda ricerca di nuove vie alla stessa e
l’uso di voci e strumenti i Magnetic Fields
di Stephen Merritt – Guru del pop contemporaneo,
non fosse altro per quell’opera mastodontica
che è “69
Love Songs” – e in parte i Flaming
Lips.
Qui la materia si fa ancora più definita,
abbandonando quasi interamente la bassa fedeltà
che caratterizzava buona parte dei lavori precedenti:
ne è esempio perfetto l’incipit affidato
a “Paul Simon”, con le tastiere che
vanno a trovare ciclicamente spazio in un vero
e proprio muro di suono compatto e incessante.
Il tutto si fa più spezzato, grazie al
pianoforte isterico che si scontra con la reiterazione
della sezione ritmica e un crescendo vocale trascinante
nel dittico “Sentiments vs. Syllables”/”Our
Pen’s Out of Ink” con la prima canzone
che rappresenta l’aspetto più vicino
al rock e la seconda che appare come un pop corettistico
alla Beach Boys spezzato e reso futuribile dalla
drum machine.
La vena creativa di Heart si dimostra dunque
estremamente poliedrica, capace di sposare intenti
e soluzioni divergenti quando non apparentemente
inconciliabili. L’ascolto preteso è
attento, pronto a cogliere le delicate sfumature
orchestrali schiacciate dai tempi dispari di “Still
Life” quanto il techno-pop falsificato e
vagamente country di “Hurtin’ 4 Certain”,
l’ipnotico xilofono deforme in contrasto
con la batteria distrutta e il cantato aulico
di “Why You Gotta Do That Thang?”
quanto il Brian Wilson post-atomico nascosto nella
semi-marziale “Incandescent Hearts”.
Per concludere poi tutto con due veri e propri
pezzi da novanta: il motivetto natalizio disturbato
da interferenze, voci filtrate, telefonate e chiacchiere
tra amici che caratterizza l’ironica “These
Seven Notes”, filastrocca sorridente rimpolpata
dalla solita drum machine e soprattutto l’ariosità
sorprendente di “2 Dots On a Map”,
che sembra un ibrido mostruoso tra i musical della
Hollywood dei tempi d’oro e gli anni ’80
discotecari. Solo alla fine di questi dieci pezzi
scivolati via uno dopo l’altro è
possibile rendersi conto della bellezza dell’insieme
e capita, con somma sorpresa, di sentirsi completamente
appagati.
collegamenti su MusiKàl!
Magnetic Fields - 69
Love Songs
Flaming Lips - The
Day They Shot a Hole in the Jesus Egg
Flaming Lips - Yoshimi
Battles The Pink Robots
Beach Boys - Pet
Sounds