A un certo punto della sua vita, Kelly Jones
ha fatto una scelta: dedicarsi alla musica e lasciare
da parte le ambizioni da sceneggiatore. Ma in
realtà il giovane gallese continuava a scrivere
storie, a inventar personaggi e a rielaborare
la realtà che lo circondava, condendo il tutto
con accordi semplici e un’ugola d’oro. Quelle
storie si chiamavano “More Life In A Tramp’s Vest”
o “Looks Like Chaplin” e possiamo leggerle
senza fatica su “Word Gets Around” o il grande
successo “Performance And Cocktails”.
Da lì, pur con risultati alterni, Jones ha continuato
ad osservare le persone, a prendere appunti e
spunti fra un concerto e l’altro. Note che fanno
da cornice ai suoi testi nei booklet di ogni uscita
a nome Stereophonics e che tradiscono la sua vera
natura da cantastorie.
Così “Only The Names Have Been Changed”, sua
prima uscita solista, con la sua programmaticità
non può che sembrare qualcosa nell’aria già da
tempo.
Ogni canzone infatti è una storia: la storia di
una donna che si paga il taxi con il proprio corpo
(“Katie”), o di una prostituta assassinata (“Violet”);
la storia di un’infermiera che salva bambini (“Rosie”)
o di un tragico rapporto di coppia (“Emily”);
fino a giungere alla pace rilassante, distesi
su un prato con “Summer”.
Le dieci donne di Kelly Jones non sono altro che
degli abbozzi, registrati nel giro di due giorni
con voce, chitarra e ben pochi orpelli, che se
in alcuni casi vivono del pathos vibrante delle
sue corde vocali anche in un formato così essenziale
(la già citata “Katie” o “Jayne” tipica ballata
alla Stereophonics), in altri sanno di incompiuto
e di superfluo (“Misty”).
Ma forse proprio per questo sembra la sua opera
più onesta da qualche tempo a questa parte.
Sarà il fatto che il disco è da tempo disponibile
liberamente via internet. Sarà che non c’è apertamente
nessun intento commerciale (cioè nessun singolo
efficace). Sarà che, nonostante si tratti di un
prodotto inevitabilmente destinato ai soli appassionati
(in Italia ce ne sono a parte me?), questo microscopico
disco è dotato, se non di quella vera originalità
che il menestrello gallese neanche cerca, almeno
di naturalezza e sincerità d’intenti. E di una
certa intensa ispirazione che fortunatamente lo
riscatta dalla dimenticabile prova di “Language,
Sex, Violence, Other?”.
collegamenti su MusiKàl!
Stereophonics - Language.
Sex. Violence. Other?
Stereophonics - Just
Enough Education to Perform