Assistere a un concerto degli Oneida
a Roma non è certo una novità, visto
che il terzetto newyorchese è oramai un
habitué dei palchi capitolini. Li avevo
visti a La Palma nello stage condiviso con un’ubriaca
– ma neanche questa è una novità
– Cat Power e li avevo ritrovati l’anno
scorso all’INIT, durante la tournée
organizzata per il lancio europeo di “Secret
Wars”. In entrambi i casi li avevo trovati
poderosi, divertenti, estremamente coinvolgenti.
Sicuramente assistere a un live di questi ragazzotti
è un’esperienza unica, catartica,
umorale. Un approccio sonoro (ma di più,
propriamente fisico, con quella tensione incessante
e l’elastico musicale teso fino all’irreparabile,
al punto di non ritorno) che sta facendo proseliti,
nonostante l’oggettiva difficoltà
della riproduzione – provate voi a chiudere
un concerto, dopo un’ora ossessionante e
nevrotica, con una versione INTEGRALE di “Sheets
of Easter”! -. Lo dimostrano palesemente
i romani Boris, scelti come gruppo di supporto.
Stessa scelta strumentale, con tastiere ansiogene
in primo piano, stessa etica nello gestire il
palco.
Ovviamente la furia risulta smussata rispetto
al punto di riferimento e questo fa sorgere ben
più di un dubbio: quanto c’è
di umorale nel terzetto romano? Quanto di strettamente
necessario? O è forse tutto perfettamente
costruito a tavolino? In attesa di incontri futuri
che riescano a far chiarezza su questi interrogativi
mi sento di consigliare ai Boris di provare a
distaccarsi dal modello, che ora appare seguito
pedissequamente, in un gioco di identificazione
che non può che vederli uscire sconfitti
dalla contesa. Perché gli Oneida sono tra
le band migliori che sia possibile incontrare
dal vivo di questi tempi: la curiosità
era tutta spesa nel cercare di capire come sarebbe
stato partorito il suono. Per quanto “The
Wedding” non sia un cambio di rotta così
sostanziale come alcuni hanno voluto far credere,
è indubbio che determinate scelte –
chitarre acustiche, così come nel bellissimo
EP “Nice.
Splittin’ Peaches” uscito l’anno
scorso, ma anche armonie vocali complesse e riflessi
di epopee puramente anni ’70 – avrebbero
potuto portare a modifiche della struttura collaudata
negli ultimi anni in concerto.
I tre attaccano da subito con una versione stressata
di “Each One Teach One” e si trascinano
via all’infinito, dilatando i tempi, perdendosi
in vie alla psichedelia più martellante.
Insomma, tanto per chiarire le idee a tutti il
concerto è stata una corsa incessante,
irrefrenabile, mai adibita ad attimi di stasi,
mai dedicata a pause riflessive, solo una continua
ed epilettica fuga psicogena, vago stato di trance
in cui perdersi e svanire. E così vengono
inanellati vari capolavori pescati un po’
ovunque, tra i quali pare doveroso citare quantomeno
“Sneak Into the Woods” e “People
of the North”, anche perché i brani
tratti dal celebre doppio di tre anni fa erano
stati messi decisamente in secondo piano durante
l’ultima data. Da “The Wedding”
arrivano “Lavender” – già
presentata in anteprima l’anno scorso -,
“Did I Die”, “Charlemagne”,
tutte eseguite con la classe e l’irruenza
che contraddistinguono questo combo geniale. Che
saluta un pubblico entusiasta omaggiandolo, come
già accennato in precedenza, con una versione
integrale di “Sheets of Easter”, più
che la “canzone finale” la “canzone
mortale” (come suggerirò a concerto
finito a Hanoi Jane trovandolo pienamente concorde).
Gli Oneida più pop di sempre – se
questo termine viene inteso nella sua reale essenza
– sbaragliano il campo con un concerto frastornante
come mai; niente acustica e quartetti d’archi
– sempre Hanoi Jane mi ha detto che hanno
potuto suonare con questa formula solo una volta
a marzo in quel di New York – ma non credo
che sia interessato a qualcuno. Perché
di fronte a un concerto del genere c’è
da chiudere la bocca e chinare lievemente la schiena
in avanti. Chapeau.
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