Per chi come noi si è innamorato da tempo
di Badly Drawn Boy è stato difficile osservare
un disco ispirato come “One Plus One Is
One” passare pressoché inosservato.
Si ha la sensazione che, a parte qualche caso
isolato, si sia parlato dell’ultimo lavoro
di Damon Gough come di passaggio, liquidandolo
come qualcosa di scontato. Ma, siccome ci siamo
innamorati da subito del talento di Badly Drawn
Boy, “One Plus One Is One” ci ha folgorato.
E non perché “One Plus One Is One”,
pur essendo un ottimo album, sia un capolavoro
all’altezza di “The
Hour Of Bewilderbeast”. Rispetto a quel
disco mancano le sfumature più pop, il
tono scanzonato di certi episodi. Quello che ci
ha stupito, e che non ci aspettavamo da lui, è
la disciplina con cui ha costruito questo lavoro.
Per inciderlo il Nostro si è chiuso in
uno studio insieme al compagno di avventura Andy
Votel, e ha scelto arrangiamenti essenziali e
minimi. Il risultato è che ad emergere
ancora una volta è la sua immensa qualità
di scrittura. Tanto che in qualche breve istante
si arriva a cogliere un legame con il migliore
cantautore americano degli ultimi anni, Elliott
Smith. Così se avevamo dubitato del talento
di Damon Gough, è bastato che ascoltassimo
“Fewer Words”per riportarci alla ragione.
Poco più di un minuto di chitarre acustiche,
piano e una melodia dolce amara come solo l’autore
di “Either/Or”
sapeva scrivere. È l’intensità
di episodi come questo a colpire, più che
l’unità del disco nel suo complesso.
“This Is That New Song”, arricchita
dall’accompagnamento di un violino e di
un violoncello, è un brano intriso della
soffice malinconia di “The Shining”,
la traccia che apriva “The Hour Of Bewilderbeast”.
Le stesse atmosfere si respirano poco prima nel
brano che dà il titolo al disco, “One
Plus One Is One”. Un lavoro riflessivo come
non lo aspettavamo dal musicista inglese dopo
l’abbuffata di suoni e melodie di “Have
you feed the fish?”. Lui ha deciso invece
di concentrarsi su arrangiamenti ridotti all’essenziale,
anche perché quando sceglie suoni sopra
le righe rischia di rovinare i brani, come succede
in “Logic of a Friend”. Certo compaiono
anche le piccole follie che apprezziamo tanto
in Badly Drawn Boy. Il coro di bambini in una
divertita cantilena intitolata “Year of
the Rat” e nella conclusiva “Holy
Grail”, l’intermezzo strumentale di
“The Blossoms”.
I momenti da ricordare sono però altri,
quando la strumentazione è ridotta allo
stretto essenziale. L’irresistibile impasto
melodico di “Another Devil Dies” e
“Four Leaf Clover”, tra chitarre acustiche,
pianoforte e una scrittura pulita. Pochi ingredienti,
come si vede, eppure sufficienti per comporre
alcune delle migliori canzoni ascoltate quest’anno.
Badly Drawn Boy - le
recensioni
Elliott Smith - Either/Or
Elliott Smith - Figure
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