“Io la musica son, ch’ai dolci accenti
so far tranquillo ogni turbato core, et or’
di nobil ira et or’ d’amore poss’infiammar
le più gelate menti”: è la
stessa Cecile Schott, in arte Colleen, a citare
questo passo dell’”Orfeo” di
Monteverdi dalle pagine del suo sito, e non è
un caso: dopo le architetture di loop dell’esordio
“Everyone alive wants answers” e il
successivo cammino verso un suono sempre più
naturale, questo “Les ondes silencieuses”
è il disco dell’innamoramento completo
verso suoni provenienti da secoli fa.
Non è una novità che, alla Leaf,
la musica classica sia una passione condivisa:
basti ascoltare i dischi di Murcof per rendersene
conto, tutti tesi come sono a una classicità
fatta di silicio; ma questi nove brani della compositrice
francese spostano più il là il bersaglio,
a unire suoni tardo-rinascimentali a strutture
derivate dal minimalismo più dolce.
Filologico al punto da affidare la metà
del disco a uno strumento del Sedicesimo secolo
come la viola da gamba, “Les ondes silencieuses”
è contemplativo, fatto di silenzi e di
ripetizioni di brevi cellule sonore; corde e legni
sono protagonisti assoluti, e Colleen è
ben attenta che nessuno prevalga sull’altro,
lasciando a un solo strumento la scena di ogni
brano: le architetture più complesse sono
quelle affidate a strumenti più attuali,
come il clarinetto e la chitarra classica che
si cercano in una “Sun against my eyes”
ben più che debitrice ad Arvo Pärt.
“Les ondes silencieuses” è
un disco senz’altro affascinante (come del
resto lo è la splendida immagine di copertina),
capace di piegare dolcemente l’orecchio
dell’ascoltatore a suoni a cui non è
abituato (il timbro scuro e stranamente melodioso
della viola da gamba che accoglie l’uditorio
in “This place in time”, la spinetta
in “Le labyrinthe”) ma che, onestamente,
sfiorisce dopo pochi ascolti: è vero che
la noia non è un buon metro di giudizio
per la musica minimalista, basata com’è
sulla ripetizione, ma è comunque un sentimento
che affiora spesso tra queste note.
E presto l’incanto dei primi ascolti, e
il fiato trattenuto ad assaporare i silenzi, si
trasforma in una vaga attenzione a quella che
è diventata una musica di sottofondo nemmeno
tanto brillante.