Avvicinandosi al nuovo lavoro di David Gilmour
non si può evitare di chiedersi che differenza
possa fare che il disco solista di un chitarrista
certamente capace ed importante, ma da anni più
che prescindibile, sia presente oppure no sugli
amati scaffali. Cercando di dimenticare l’orrenda
copertina in odore di new age, degna di un disco
di Yanni, la risposta arriva veloce come un fulmine.
Subito distinguo l’atmosfera, le note lunghe,
le scale blues con quel suono riconoscibile a
miglia di distanza. Per un secondo si torna a
“Shine On You Crazy Diamond” e ci
si potrebbe quasi commuovere, se soltanto non
fossero passati trent’anni.
In tutto questo tempo Gilmour non è cambiato
di una virgola, se non per l’immensa panza
e il triplo mento che si porta dietro. Il resto
è identico. Ci sarebbe da gridare al miracolo
per il fatto che l’abilità e la voce
rendono il suo mestiere ancora pregno di una classe
invidiabile; ma appena tentiamo di apprezzarne
i lati positivi, una dose da elefante di valium
ci piomba nelle orecchie e fra un assolo malinconico
e una tastiera soffusa (opera del redivivo Rick
Wright) l’abbiocco giunge inesorabile. Piuttosto
soffermiamoci sull’onestà di un prodotto
che con un po’ di avidità in più
da parte del suo autore sarebbe potuto uscire
col marchio Pink
Floyd e ingannare molta più gente,
raccattando miliardi come se piovesse. Pensiamo
a questo. Alla sua faccia da simpaticone. Alle
bellissime Fender Stratocaster che suona da sempre.
Pensiamo al fatto che se una volta era il più
figo della band alla faccia di tutti gli altri,
adesso Waters sembra Richard Gere e lui invece
sembra il Gabibbo. Pensiamo a tutto questo. E
facciamolo mentre ascoltiamo qualcos’altro,
appoggiando “On An Island” in cima
alla pila delle uscite da dimenticare.
Ora non è ben chiaro se questo possa sembrare
un album dei Pink Floyd Capitolo III° o “The
Division Bell” fosse già ai tempi
un album solista di Gilmour. Ciò che rimane
è la completa mancanza di novità
dopo un buco di dodici anni, che forse sarà
un’ancora di salvataggio per gli amanti
di quel periodo, ma che sicuramente è una
botta sulla nuca di noi speranzosi ascoltatori.
collegamenti su MusiKàl!
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Roger Waters - le
recensioni