Alla fine il freddo è arrivato, all'improvviso
come un ospite atteso e ritardatario, e scopro
che mi sta bene, perché stasera ci sono
gli Okkervil River al Covo. Mentre guido non faccio
altro che pensare alla piccola sala dalle pareti
nere, una scatola vagamente uterina, che riesce
a diventare caldissima anche con set ben più
misurati di quelli di Will Sheff e soci. Ho quasi
paura a pensare a quelle invettive cariche di
dolore e urgenza di vita, rovesciate in uno spazio
che non lascia vie di fuga.
Loro sul palco sembrano rassicuranti, almeno
all'inizio. Vederli trafficare con strumenti tradizionali
come il mandolino, la tromba, mi dà un
senso di sicurezza, e dopotutto hanno facce pulite
da bravi ragazzi. Come Will del resto, il problema
è che quando comincia a cantare è
come se si aprisse una ferita nella stanza, come
se qualcuno si mettesse a sanguinarti addosso.
Dopo un attimo si è già tolto la
giacca, i capelli neri gli si appiccicano al volto
mentre urla, sussurra le sue malinconie e i suoi
rancori, saltando dai brani tratti dagli ultimi
EP, come il singolo “The President's Dead”,
al penultimo album “Down the River of Golden
Dreams”.
Il piatto forte della serata è però
costituito dai brani tratti da “Black
Sheep Boy”, uno degli album migliori
del 2005 (e mi pento pubblicamente di essermene
accorto in ritardo): sono questi i momenti che
fanno veramente sembrare il Covo troppo piccolo
e troppo caldo, e che ciononostante tutti aspettano
con impazienza. “Black” viene sparata
sulla gente in tutta la slabbrata potenza, quando
attaccano “For Real” la tensione diventa
qualcosa di solido, che tocchi e respiri. Ormai
Will è in trance quando, verso la fine,
inizia a snocciolare “So Come Back, I Am
Waiting”, ancora più lunga e trascinata
nel suo incedere da marcia trionfale di un carnevale
tragico.
Se su disco gli Okkervil River appaiono felicemente
non classificabili, persi in una terra di nessuno
da qualche parte tra il nuovo folk americano e
una non meglio specificata corrente emo
dell'indie rock che viene dai Neutral Milk Hotel
e passa per gli Arcade Fire, dal vivo sono semplicemente
un'esperienza di disarmante sincerità e
limpida forza, lontani dai clichè della
indie sensation: sono compiti e sobri, ma ti travolgono
con le parole e le urla di Will, faccia da Harry
Potter sudato e cuore sanguinante di ragazzo-pecora
nera.
Terminato il set Sheff mi barcolla accanto,
stremato e con gli occhiali appannati, in direzione
del bar, dietro di lui gli altri sciamano tranquilli,
mentre la gente comincia a ballare nella piccola
sala nera. Fuori il freddo è appena cominciato,
un buon motivo per tenersi stretto il ricordo
di questa sera e accenderlo ogni tanto, per far
passare i lunghi mesi di buio che arriveranno.
collegamenti su MusiKàl!
Okkervil River - Black
Sheep Boy
Arcade Fire - Funeral