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OKKERVIL RIVER
Concerto al Covo (Bologna) (4 novembre 2006)
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di perronegro scrivi un'email

Alla fine il freddo è arrivato, all'improvviso come un ospite atteso e ritardatario, e scopro che mi sta bene, perché stasera ci sono gli Okkervil River al Covo. Mentre guido non faccio altro che pensare alla piccola sala dalle pareti nere, una scatola vagamente uterina, che riesce a diventare caldissima anche con set ben più misurati di quelli di Will Sheff e soci. Ho quasi paura a pensare a quelle invettive cariche di dolore e urgenza di vita, rovesciate in uno spazio che non lascia vie di fuga.

Loro sul palco sembrano rassicuranti, almeno all'inizio. Vederli trafficare con strumenti tradizionali come il mandolino, la tromba, mi dà un senso di sicurezza, e dopotutto hanno facce pulite da bravi ragazzi. Come Will del resto, il problema è che quando comincia a cantare è come se si aprisse una ferita nella stanza, come se qualcuno si mettesse a sanguinarti addosso. Dopo un attimo si è già tolto la giacca, i capelli neri gli si appiccicano al volto mentre urla, sussurra le sue malinconie e i suoi rancori, saltando dai brani tratti dagli ultimi EP, come il singolo “The President's Dead”, al penultimo album “Down the River of Golden Dreams”.

Il piatto forte della serata è però costituito dai brani tratti da “Black Sheep Boy”, uno degli album migliori del 2005 (e mi pento pubblicamente di essermene accorto in ritardo): sono questi i momenti che fanno veramente sembrare il Covo troppo piccolo e troppo caldo, e che ciononostante tutti aspettano con impazienza. “Black” viene sparata sulla gente in tutta la slabbrata potenza, quando attaccano “For Real” la tensione diventa qualcosa di solido, che tocchi e respiri. Ormai Will è in trance quando, verso la fine, inizia a snocciolare “So Come Back, I Am Waiting”, ancora più lunga e trascinata nel suo incedere da marcia trionfale di un carnevale tragico.

Se su disco gli Okkervil River appaiono felicemente non classificabili, persi in una terra di nessuno da qualche parte tra il nuovo folk americano e una non meglio specificata corrente emo dell'indie rock che viene dai Neutral Milk Hotel e passa per gli Arcade Fire, dal vivo sono semplicemente un'esperienza di disarmante sincerità e limpida forza, lontani dai clichè della indie sensation: sono compiti e sobri, ma ti travolgono con le parole e le urla di Will, faccia da Harry Potter sudato e cuore sanguinante di ragazzo-pecora nera.

Terminato il set Sheff mi barcolla accanto, stremato e con gli occhiali appannati, in direzione del bar, dietro di lui gli altri sciamano tranquilli, mentre la gente comincia a ballare nella piccola sala nera. Fuori il freddo è appena cominciato, un buon motivo per tenersi stretto il ricordo di questa sera e accenderlo ogni tanto, per far passare i lunghi mesi di buio che arriveranno.

collegamenti su MusiKàl!
Okkervil River - Black Sheep Boy
Arcade Fire - Funeral

 



10 novembre 2006




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