C’era una volta una storia chiamata Uncle Tupelo.
Country punk incazzato suonato da ragazzini alcolizzati
con la passione per l’hardcore e per Gram Parsons.
Dopo una manciata di dischi che marcano a ferro
e fuoco gli anni ’90 americani di appassionati
e non (per chi non li conosce, “No Depression”
è il disco da avere), l’inevitabile split
causato dai contrasti tra le due personalità dominanti,
tanti saluti e differenti esperienze. Chi verso
i lidi più sicuri di una tradizione compassionevole
sempre pronta ad accogliere nuovi seguaci, chi
verso una luminosa carriera nel pop del ventunesimo
secolo. Da un lato Jay Farrar e i suoi Son Volt,
dall’altro Jeff Tweedy e quella meraviglia della
natura dal nome Wilco. Ai tempi, Tweedy si dichiarava
invidioso della straordinaria creatività del suo
amico/nemico. Chissà cosa pensa ora Farrar, relegato
al culto dei soliti noti che si dividono – almeno
qui in Italia – tra un noto negozio di Gallarate,
una rivista musicale dal taglio inequivocabilmente
passatista e un locale del comasco dove il nostro
ha anche suonato in versione acustica; mentre
quello che una volta era il bassista del suo fantastico
trio vende milioni di copie e si può garantire
una pensione sicura nel novero dei “giusti”.
Insomma, affare per pochi, i Son Volt. Ed “Okemah
and the Melody of Riot” non fa certo eccezione.
Quelli come Farrar non sono inclini alla sperimentazione
o alle sorprese (il titolo, per dire, richiama
il luogo originario della famiglia di Woody Guthrie),
si accontentano di confermare la loro personalità
artistica, il loro carattere pasionario
e il loro sudore tra una bottiglia di whiskey
e l’altra. Rock americano, americanissimo. Da
un lato Nashville, dall’altro New York. Le luci
della città e la vastità della campagna. Infinitamente
meno cool di qualunque cosa possiate immaginare
legata in qualche modo ai Wilco (insomma, accanto
a gente come Jim O’Rourke, la compianta Jude Sill
e altre scoperte di quell’universo, Farrar fa
quasi la figura del freak… il che, se ci pensate,
è abbastanza comico) ma assolutamente degna di
esistere, in quanto figlia di una scuola che mette
il cuore davanti ad ogni cosa, con le chitarre
in primo piano e una verve che, nonostante riprenda
modelli noti e stranoti, affascina sempre più.
Certo, l’importante è che sappiate maneggiare
certe musiche. Poi non potrete più farne
a meno. Fino a quando sarà capace di scrivere
una “Jet Pilot” o una “Endless War”, avremo sempre
bisogno di Farrar e dei suoi Son Volt. Wilco o
non Wilco, ognuno per la sua strada e chi s’è
visto s’è visto.
collegamenti su MusiKàl!
Wilco - Kicking
Television - Live In Chicago
Wilco - A Ghost
Is Born
Wilco - Yankee
Hotel Foxtrot
Woody Guthrie - Dustbowl
Ballads
Jim O'Rourke - I'm
Happy, And I'm Singing, And A 1,2,3,4
Jim O'Rourke - Insignificance