RADIOHEAD - O.K. Computer (EMI, 1997)
di Max Cavassa
Dopo
tre lunghi anni di attesa dal celebrato "The
Bends", la band di Oxford si riaffaccia sul
proscenio con un album mozzafiato e definitivo,
straordinaria conferma della personalità
genialoide del leader Yorke ed inquietante baluardo
per le prossime future opere del gruppo, il quale
è ormai proprietario di uno stile incomparabilmente
unico e pericolosamente limitativo.Infatti, l'unico piccolo neo di questo indubbio capolavoro è proprio la sua uniformità, un monoblocco di disperata malinconia che trascina l'ascoltatore in un gorgo senza fine in cui è masochisticamente piacevolissimo perdersi.
Quasi spossati da tanta sofferta bellezza, comunque a mente fredda, ci si può domandare se i Radiohead mai riusciranno ad uscire dal marchingegno perfetto da loro stessi creato o si crogioleranno su splendidi allori come altri gruppi dal suono estremamente peculiare (tanto per non fare nomi, gli U2.).
Forse sto un po' troppo "masturbando i grilli", come diceva il grande maestro Gianni Brera; l'album è magnifico e potentemente originale, ripescando e centrifugando Pink Floyd, Progressive rock e Velvet Underground fino ad ottenere una miscela di fascino inaudito. Contiene canzoni epocali come "Paranoid android", "Karma police", "No surprises" e rimarrà una grande testimonianza artistica del tramonto (metaforico e non) del '900.
Recensioni collegate
Radiohead - The Bends
Radiohead - Kid A
Radiohead - Amnesiac
26 agosto 2000
