E’ probabile che la ricorderanno a lungo, gli Offlaga Disco Pax, la serata del 2 febbraio 2008. Il ritorno ufficiale, il tour che riparte davanti a un pubblico amico - in quella città dove hanno preso vita molte delle loro storie di elettronarrativa elettorale –, i corvi che consigliavano al trio di smettere per evitare di ripetere “Socialismo tascabile” («troppo difficile ripetere la formula dell’esordio, la sorpresa, il successo!»)…
Eppure, nonostante le pressioni, quello di sabato per gli Offlaga è stato più di un concerto: una conferma, semmai, e una consacrazione definitiva. Il “Maffia” trabocca di pubblico, ma dal palco non ci sono più comizi, né proclami: si inizia diretti, sul racconto dell’epico salto di Vladimir Yashchenko (l’ultimo con tecnica “Ventrale”) accompagnata da sottili citazioni Kraftwerk, e da quel momento in poi è un fluire di memorie private, che strappano molti meno sorrisi di un tempo.
Sul palco, assieme al trio reggiano, due amici: Deborah Walker, la violoncellista dei Caravane De Ville tornata da Parigi solo per questo concerto, e Jukka Reverberi dei Giardini Di Mirò, che aggiunge ulteriore ipnosi elettrica alle trame del gruppo. E le nuove canzoni di "Bachelite", che nessuno conosceva, reggono magnificamente il palco, nonostante qualche problema tecnico all’inizio: le declamazioni di Max Collini passano dalla violenta presa di posizione contro l’ex militante di estrema destra Francesca Mambro di “Sensibile” (che cita pure i Disciplinatha, a riaprire vecchie polemiche…) al clamoroso basso di “Onomastica”, raccontando una cruda vicenda di droga e sesso adolescente alla luce delle case popolari (“Cioccolato I.A.C.P.”) e commuovendo, addirittura, nell’esporre il proprio rapporto con il padre (“Venti minuti”).
Sono storie più intime di quelle di “Socialismo tascabile”, eppure vanno ascoltate meglio, cercate tra le trame strumentali eccellenti imbastite da Daniele Carretti ed Enrico Fontanelli: gli spettri di CCCP e Massimo Volume si allontanano definitivamente, e la formula degli Offlaga è sempre più loro, anche quando omaggia le proprie passioni musicali nelle rasoiate distorte di “Sensibile”, o nella chitarra che si ripiega su se stessa – quasi un omaggio ai My Bloody Valentine - in “Lungimiranza”.
E il pubblico si fa silenzioso, trattiene il fiato, ascolta, applaude, non chiede i brani più noti (e sarà comunque accontentato sul finire del concerto): un trionfo, proprio nel momento in cui una bella storia avrebbe potuto franare. Una consacrazione assolutamente meritata.
collegamenti su MusiKàl!
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