Arrivati al terzo album in italiano gli Afterhours
continuano la loro lenta ma assidua trasformazione,
accentuando ulteriormente gli episodi pop e diminuendo
drasticamente le dissertazioni vicine al punk
e al noise.
Qui addirittura solo due brani si riallacciano
a canzoni come "Germi" o "Dea":
la disperante e urlata "La verità
che ricordavo", dove tornano i temi della
memoria e dell'insoddisfazione verso il proprio
successo ("Spiego ai miei sogni il concetto
di onestà, loro che si son trasformati
in una professione adatta") e la propria
vita ("E dove fingo di non essermene accorto
che non sto vivendo, sono morto") e la coinvolgente
"Non si esce vivi dagli anni '80", vera
e propria dichiarazione d'intenti.
Gli altri pezzi si adagiano sul pop elegiaco
della splendida title-track, sul dolce arpeggio
che anticipa gli archi nella rilassante "Oppio"
("Il giorno sta crollandomi al rallentatore"),
sull'ironia sottile e fremente di "L'inutilità
della puntualità" ("Condizioni
climatiche che mi rendono sterile") dove
torna la rabbia verso l'essere costretti in un
ruolo ("decido quindi che per il nostro bene
sarò noiosamente magnetico e intrigante")
e si arriva all'urlo definitivo, all'estrema,
lacerante, verità ("Milano non è
la verità!") di "L'estate",
dove la voce di Manuel Agnelli si spiega in tutta
la sua pienezza, e di "Bianca", dove
dietro la ritmica avvolgente ("Sei il colore
che non ho e non catturerò") si notano
reminiscenze addirittura beatlesiane - con i dovuti
distinguo, è ovvio -.
Sia in "Milano circonvallazione esterna"
sia in "Tutto fa un po' male" l'uso
delle tastiere dona all'opera un'atmosfera quasi
psichedelica, ipnotica, sonorità non spesso
sfruttate dalla band, che dimostra comunque di
sapervisi avvicinare con sorprendente facilità.
Tralasciando l'episodio esclusivamente ludico
di "Baby fiducia" - canzonetta senza
pretese che mostra l'anima più bambinesca
del gruppo - e quello non proprio originale di
"Superenalotto" - divertente ma già
sentita - rimangono i due brani finali. La lenta,
emozionante, profonda memoria del lutto e della
perdita di "Oceano di gomma" è
la punta massima dell'album mentre la follia torna
a far capolino in "Cose semplici e banali",
dalla quale fuoriescono anche bizzarri suoni elettronici.
Un lavoro bello e completo, non al livello del
capolavoro "Hai
paura del buio?" ma comunque decisamente
superiore alla media degli album italiani. Il
lato pop non disturba anche se si sente la mancanza
della rabbia degli album precedenti.
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