Quanto è schizoide e paradossale il nostro
tempo! Non che questa sia una scoperta dell’ultima
ora, per carità, ma l’iperbole diventa
necessità quando si entra in contatto con
il mondo delle Cocorosie, prima abbozzato nella
splendida casa dei sogni e ora tratteggiato
con cura e precisione sull’arca di Noè:
la messa in scena dell’ibrido si è
fatta via via sempre più essenziale all’interno
dei codici dell’arte contemporanea. È
così nel cinema, nel teatro ed è
ovviamente così anche nella musica. Onde
fugare ogni possibile malinteso il termine ibrido
non deve essere scambiato con il ben più
stigmatizzante anodino: non bisogna leggere nell’affermazione
che ha aperto questa recensione un valore negativo.
Direi che l’affermazione in sé è
apodittica, tutto qui: come è possibile
infatti non considerare schizoide e paradossale
un tempo come quello attuale che accetta e metabolizza
nello stesso momento il folk e il trip-hop, la
ballata pianistica e il rap?
Penso che a questo punto sia inutile che vi spieghi
come la bilancia musicale sulla quale si muovono
le sorelle Casady non si sia spostata un granché
nel corso dell’ultimo anno e mezzo: le avevamo
lasciate con il pianoforte aulico e i giocattoli
frastornanti di “Lyla” e ce le ritroviamo
direttamente nel cervello con lo splendido incedere
di “K-hole”, ninnananna che si muove
sui ritmi di un trip-hop gentile sposato con ciclicità
che possono far tornare alla mente il delicato
tocco di Yann Tiersen e con accenni di tintinnii
in lontananza, il tutto aperto e chiuso da boati
che potrebbero forse essere il verso degli unicorni
che campeggiano nella copertina.
Bianca e Sierra sono un microcosmo già
così perfettamente riconoscibile da lasciare
stupefatti: se nell’esordio ancora si potevano
riscontrare eversioni e fuoriuscite dai binari
della prassi qui siamo di fronte a una macchina
perfettamente oliata, autoreferenziale quel tanto
che basta per considerarla autoriale.
Questa maturazione è possibile evidenziarla
nelle collaborazioni con ospiti occasionali quali
Antony (lui sì simbolo dell’ibrido
a cui facevo riferimento al principio), che presta
letteralmente la sua voce a “Beautiful Boyz”
senza diventare padrone del brano, ma dandosi
con leggiadra generosità alle volontà
del duo. Anche il frammento in cui fa sentire
la sua presenza il buon Devendra Banhart non è
altro che un tassello straniero metabolizzato
e reso proprio dalla carismatica forza accentratrice
delle sorelline statunitensi per nascita ma apolidi
per scelta.
Le Cocorosie continuano a delineare i contorni
di fortini in cui rinchiudersi e proteggere le
proprie memorie, oniriche o reali che siano, e
i propri gioielli, e per far questo si aggrappano
a ciò che sanno fare meglio, lavorando
sulla melodia con una classe cristallina che,
e lo dico senza vergogna, spaventa non poco. Pur
con elementi ridotti al minimo e con il rischio
della ripetizione di sé che fa capolino
dietro ogni porta e in ogni angolo buio mi è
assolutamente impossibile non restare a bocca
aperta davanti all’eleganza resa traballante
dalla voce ondivaga di “Tekno Love Song”,
all’ambiguità pianistica di “The
Sea is Calm” e soprattutto al gospel moderno
che traccia le linee guida per il suo futuro nella
sacralità collettiva di “Armageddon”.
Perché c’è bisogno, in questo
mondo schizoide e paradossale, di due figure così
unite eppure così poco speculari come le
sorelle Casady, ancora in clausura nel proprio
mondo circoscritto e rassicurante. Quando gli
animali scesero dall’arca di Noè,
racconta la mitologia biblica, la vita tornò
su questo pianeta definitivamente. Ok, non ci
resta che aspettare che anche l’imbarcazione
di Bianca e Casady approdi su qualche Ararat…
collegamenti su MusiKàl!
Devendra Banhart + Cocorosie
- Concerto
all'Alpheus (Roma)
Devendra Banhart - Nino
Rojo
Devendra Banhart - Rejoicing
In The Hands
Devendra Banhart + Entrance -
Concerto
a Villa Ada (Roma)
Yann Tiersen - Le
fabuleux destin d'Amélie Poulain (O.S.T.)
Yann Tiersen - L'Absente
Antony And The Johnsons - I
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