Cosa fare di fronte a un'opera prima salutata
come un piccolo gioiello da tutti quelli che l'hanno
ascoltata? Come reagire di fronte alle attese?
Cristina ha scelto di non stare al centro dell'attenzione
e, dopo un tour lunghissimo, decide di rifugiarsi
nel suo nido. Un posto dove ripararsi ad osservare
indisturbata il mondo che scorre sotto di lei,
dove potersi proteggere.
A quasi tre anni di distanza da "Tregua",
"Nido" abbandona le strutture tutto
sommato rock dell'esordio, per spostarsi in direzioni
solo in apparenza divergenti tra loro: a volte
Cristina accentua il lato visionario e sghembo
delle sue canzoni, ma si sposta anche, in altre
occasioni, verso impreviste movenze pop.
Già la title-track iniziale fa capire
che qualcosa è cambiato: arrivano rumori
sotterranei e improvvisi, archi che vagano come
foglie nel vento. Questa atmosfera spigolosa,
quasi lo-fi, viene capovolta subito dopo con una
perla assoluta: "Goccia" è un
piccolo bolero fatto di immagini vivide, e di
una melodia incantata. Come stupirsi che un Grande
della Musica come Robert Wyatt se ne sia innamorato
a tal punto da volervi prestare la sua voce e
la sua cornetta?
Quando l'incanto termina, arriva quello che potrebbe
essere l'unico episodio propriamente rock: "Qualcosa
che ti lasci il segno" è un'istantanea
su un amore che sta per spezzarsi, ma anche l'ennesimo
esempio di che testi splendidi sappia scrivere
Cristina. Il ritratto di un greve turista sessuale
di "Così cara" viene avvolto
in un vortice di rumori e riverberi, con un intervento
finale di chitarra che ricorda molto quello di
"Senza disturbare", che arrivava a squarciare
il canto come una violenta espressione di disgusto.
L'aria si distende nuovamente con l'irresistibile
melodia de "L'ultima giornata di sole",
per poi incupirsi nuovamente con le inquiete fantasie
di "Volo in deltaplano".
"Brazil", che ospita ai cori un altro
esponente del miglior pop d'autore italiano, Marco
Parente, introduce la seconda parte dell'album,
che viaggia nuovamente dal pop ("Deliziosa
abbondanza") al rock atipico di "Terapie",
passando per momenti fascinosi e stralunati come
"Cibo estremo" e "Mi dispiace".
Le vere perle di questa parte finale sono però
altre: "Volevo essere altrove" è
straniante come poche, così com'è
assolutamente trascinante la sua esplosione ritmica
finale; la conclusiva "Mangialuomo"
è pura bellezza, con un finale che vira
verso il jazz, e gli ottoni ciondolanti quasi
ad accompagnare un'ipotetica uscita di scena di
una diva.
Emozioni, di questo si tratta. Non sono semplici
canzoni, queste. Emozioni. Piccole, come l'osservare
dalla finestra, con una tazza di tè in
mano, le foglie che cadono dagli alberi, o come
una limpidissima giornata d'inverno. Emozioni
piccole, ma assolutamente irrinunciabili.
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