Va bene, lo ammetto senza remore: gli Oneida
sono, tra i gruppi fondamentali degli ultimi dieci
anni quello a cui ho dedicato più volentieri
una mia fetta di cuore (insieme ai Radiohead).
Eppure, al di là della semplice ammirazione
incondizionata, come si può non esultare
di fronte a un’uscita come questo “Nice.
Splittin’ Peaches”? Verissimo, si
tratta solo di un EP, un tassello dopotutto marginale
all’interno della produzione di una band,
tanto più se il combo in questione è
iperattivo come i nostri, arrivati al nono lavoro
in sette anni – e con “The Wedding”,
in uscita il 2 maggio, arriveremo a dieci album
in otto anni -.
Eppure, così come a suo tempo “Steel
Rod” era stato germe fondamentale dello
sviluppo del suono Oneida, fatto di reiterazioni
infinite, atmosfere stressate e ossessionanti
unite a un calore vagamente seventies, oggi questo
EP propone parecchi spunti interessanti di discussione.
Che i bilanciamenti di suoni dopo l’accoppiata
“Each One
Teach One” e “Secret
Wars” fossero destinati a un ripensamento
appariva abbastanza ovvio: la band sembrava aver
dato tutto quanto fosse possibile in quella direzione,
raggiungendo vertici stilistici quasi impensabili.
L’apertura di questo piccolo lavoro affidata
a “Summerland” permette di capire
subito quanto il terzetto newyorchese si fosse
reso conto della necessità di un cambio
strutturale: accordi acustici, drones ambientali
e poi ecco partire un brano nel perfetto stile
psichedelico della West Coast, con voci sovrapposte
impegnate in versi adagiati perfettamente sui
riffs di chitarra e sulle stoccate di batteria,
prima che il pezzo scivoli letteralmente dalle
maglie imposte e si prolunghi in un flusso di
coscienza drogato nel quale trova spazio addirittura
un sax isterico suonato da Charles Waters. La
seguente “Inside My Head” è
un’elegia ovattata, accompagnata da una
batteria essenziale e dal basso e sovrastata dalla
tastiera; il cantato ora si fa vicino al pop sognante
dei Beach Boys e all’universo Beatnik.
L’aspetto lisergico della musica, solitamente
relegato alle improvvisazioni dilatate, riveste
un ruolo ben più rilevante e lo dimostra
il folk-pop estremamente melodico di “Song
Y”. Il compito di fungere da collante tra
le esperienze passate e il futuro ipotizzato in
queste poche tracce spetta alla conclusiva “Hakuna
Matata” la quale, nonostante il titolo significhi
“nessuna preoccupazione” risulta essere
la composizione più ansiogena e stressata
dell’intero EP, riportando alla mente l’oramai
storica “Sheets of Easter” o la “Double
Lock Your Mind” che andava a chiudere “Anthem
of the Moon”. Nel complesso un lavoro eccellente,
ennesima dimostrazione del genio di Kid Millions,
Hanoi Jane e Fat Bobby. L’attesa per “The
Wedding” inizia a farsi spasmodica…