di Fabrizio
Roych

Gli ep e il mare di featuring che hanno preceduto
Nia montavano grosse aspettative. Le aspettative
sono state soddisfatte, concedendosi in più lo strano
e speciale coraggio dei pionieri (o degli eretici).
Mi spiego. Il rischio, per un lavoro come questo,
stava nel 'crossover'. Crossover, nella musica,
somiglia sempre più al 'Varie' degli archivi. "Se
non sai di che si tratta, sbattilo tra le Varie".
Invece, Nia è rap, proprio rap, cioè è musica che
rappresenta la cultura hip hop. E' evidente, si
tratta di un album particolare, innovativo diciamo.
Ma il momento è quello giusto. Dalla seconda metà
degli anni novanta il rap ha ripreso a marciare,
s'è scosso via la polvere dell'usura. Spunta il
nuovo sound di Philadelphia, la Bay Area (San Francisco,
Oakland). Poi l'underground, da New York e dall'altra
costa, a partecipare al nuovo corso del rap. Bene,
dedichiamoci al disco. Prodotto dai Quannum Project,
distribuito (in Europa) da MoWax. MoWax più pratica
di disco, drum e dub che di hip hop. Crossover?...
Niente, poche storie. Il suono nuovo è puro underground
dalla Bay Area, scrive The Gift of Gab, suona, produce,
arrangia e scratcha Chief Xcel. Il risultato è qualcosa
di disturbante. Il suono è più soul che funk, non
contraddice nè evolve nè ricalca l'hip hop in voga.
Suona diverso, mai sentito. Poi le liriche. Parlano
di autoconsapevolezza, di spiritualità (soul), poesia,
interiorità... Gab racconta, evoca ambienti, porta
avanti la sua storia... Molti puntini, ma non è
facile. Il rap sta meglio dentro al reggae che dentro
al soul. E come se non bastasse, a rispolverare
il soul è stato sua maestà Notorius BIG. Ma Biggie
aveva resuscitato la tradizione black del soul con
voce e carisma, restituendola al rap. I Blackalicious
invece usano il soul, nei suoni e nei testi, ma
non fanno una 'traduzione in rap'. Il prodotto è
un'altro modo di fare hip hop, fuori dalle consuetudini.
L'ascolto dell'album farà di tanti discorsi un'impressione
limpida, ma resta una questione. La storia stessa
dell'hip hop è costruita sul cliché stilistico,
che significano queste defezioni? In verità non
è un merito nè un tradimento, tanta innovazione.
Deve ricordare, forse, lo sbigottimento causato
a suo tempop dai native tongue. Oggi i Jungle Brother,
gli A.T.C.Q., i De La Soul sono una cittadella a
parte nell'hip hop, ma una fra le più splendide.
Anche i Quannum stanno facendo qualcosa di speciale,
magari non scintillante come fu per i native ma
altrettanto prezioso. Altra osservazione importante:
pochi contributi dal resto della Quannum crew. I
Lyrics Born qua e là, Dj Shadow, poca roba. Bella
copertina, in stile Quannum, una bustina in cartone
con dentro il cd, un pieghevole... In tutto settanta
(!) minuti di grande rap, un evento per chi è stanco
di pagare la sua musica 1.500 lire al minuto, come
un 166 erotico. Qualche traccia di cartello. Diciamo
The Fabulous Ones, Deception, Shallow Days, Trouble
(Eve of desctruction), Smithzonian Institute of
Rhyme, As the World Turns. Quattordici tracce, due
skip di grande impatto, intro e outro (Searching
e Finding). Non ci sono cover nè sampler. Praticamente
non ci sono featuring. Tutto bello, ma forse i puristi
faranno fatica, al primo ascolto. Ci sono le tracce
portanti, i singoli, ma l'album va ascoltato per
bene, con pazienza. Alla fine, il taglio dei pezzi
chiarifica in modo reciso le specifiche dell'underground
Quannum. Bassi, melodia, e una base metrica stranamente
newyorkese, dura, varia, essenziale. Ancora, sarà
chiaro solo dopo l'ascolto di questo album, magari
non proprio virtuosistico ma stimolante, e originale,
nuovissimo.
28
luglio 2000
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