Qualcuno si chiederà: quale mare solcherà
questa banda della marina armena, dal momento
che non esiste alcun mare in quel paese
La
risposta viene direttamente dal titolare del progetto,
il funambolico Arto Tuncboyaciyan: il mare è
quello metaforico dell'amore, del rispetto, della
verità e della pazienza, ciò che
Arto ed i suoi compagni ambiscono a rappresentare.
Provenienti da una terra storicamente contesa
dal vicino oriente integralista e vessata per
decenni dal decaduto impero sovietico, essi portano
alla luce un mondo rimasto per troppo tempo nascosto,
anche se a volte evocato dalle migliaia di profughi
armeni che hanno trovato, soprattutto in Francia,
il mezzo per essere liberi di esprimersi come
ogni uomo libero.
Il sottotitolo che lo stesso Tuncboy (abbreviare
il suo cognome è qualcosa che dà
un certo sollievo
) imprime all'album rivela
pienamente ciò che si andrà ad ascoltare:
"avant garde folk music". La grande
tradizione popolare del paese dell'eccellente
emigrato Charles Aznavour è naturalmente
in primo piano nel progetto creativo di Arto,
il quale rielabora sapientemente vecchie melodie,
facendole passare attraverso una (per lui) necessaria
lente border jazz, ottenendo in effetti risultati
spesso assai interessanti. "New apricot"
è un disco che si schiude ad ogni ascolto,
mai banale, con arrangiamenti finissimi che flirtano
appunto con certo jazz non ancora tumefattosi
in quell'insopportabile esercizio di stile chiamato
fusion. E' importante inoltre notare che le composizioni
sono tutte originali di Tuncboy, il quale si sobbarca
pure testi ed arrangiamenti. Arto ci sa fare,
passando da un ritmo acid jazz come in "Blue
chesnuts" o la folle e velocissima "Rooster
run" ad affascinanti impasti d'oriente (meravigliosa
"My aunt Marì doesn't care about my
jacket", dedicata all'amata zia morta; "Kudumda"
zingara e felice; "Love, respects, truth",
arcana e solenne, un suono per un rito pagano).
Registrato nella più classica delle porte
d'Oriente, Istanbul, coi titoli in inglese, cantato
quasi sempre in armeno, "New apricot"
non è uno di quei frutti geneticamente
modificati, di cui non sappiamo nulla fino al
momento dell'Estrema Unzione. E' di sicuro una
contaminazione, che comunque avviene alla luce
del sole, e che ottiene davvero qualcosa di nuovo
e di positivo: musiche e stili diversi, certamente,
ma soprattutto una grande passione ed attenzione
per la nostra Terra e per il proprio vicino. Sì,
"New apricot" emana luce, calore, simpatia,
lealtà, comprensione. E' solo un disco
che, pur non volendo far politica, racconta più
verità di cento incontri diplomatici tra
teste dure. E allora, "Let's have fun at
the border"!