Mi si passi la banalità della citazione,
ma il secondo album è effettivamente il
disco decisivo per testare il valore delle band
emergenti. Senza andare troppo indietro - e prendendo
tre nomi chiave del revival indie degli anni 60,
70 e 80 che quasi monopolizza la scena attuale
- si nota facilmente che tra Strokes, Franz Ferdinand
e Interpol, venuti fuori con tre dischi d’esordio
ineccepibili, alla seconda prova i primi si sono
clamorosamente sgonfiati, i secondi hanno deluso
parzialmente le attese e solo gli ultimi di fatto
sono riusciti a ripetersi. In parte reinventandosi.
Ebbene anche gli Arcade Fire, dopo lo splendido
“Funeral”,
uno dei pochi album recenti belli dalla prima
alla ultima nota, giungono dopo quasi tre anni
al momento fatidico, con un EP non immancabile
e l’illustre collaborazione con un fan illustre
come David Bowie. E anche loro in parte provano
a reinventarsi. Per fortuna.
Basta poco per capire che l’atmosfera che
si respira è diversa. “Black mirror”
ha un incedere sommesso, immersa in un torbido
tappeto sonoro claustrofobico quanto i Jesus &
Mary Chain, spettrale quanto gli Echo & The
Bunnymen. E che fiorisce in un finale tipicamente
Arcade Fire, avvolgente e orchestrale come solo
loro. Il suono è meno limpido e levigato,
le chitarre restano in secondo piano, meno taglienti
e presenti. Come dimostra ampiamente la cupa e
minimale titletrack.
Tuttavia la stramba orchestrina semifamiliare
del Quebec non si allontana dalle proprie peculiarità.
Xilofoni, organo, tastiere, synth, fiati, percussioni
e soprattutto viola e violino indiscutibili protagonisti.
Pur non incidendo nella frequenza degli improvvisi
sussulti cari a Butler e soci, le atmosfere sono
meno pompose e spigolose. Se si esclude “Black
wave/bad vibrations” in cui però
un’inconsueta interpretazione di Régine
Chassegne, stridula e svampita tra Cindy Lauper
e Siouxsie, fa la differenza. Almeno fino all’inserimento
di Win Butler (il marito) sospinto dal vertiginoso
basso, mai così prevalente, di William
Butler (il cognato) che lascia anch’essa
spazio, sempre nel finale, a quegli sfoghi emozionali
che hanno reso gli Arcade Fire inimitabili. Certo,
ascoltando l’irrequieta “Ocean of
noise” si avvertono ancora gli spunti dei
pionieri della new-wave, meno Talking Heads e
più Bowie, quello della fase berlinese,
nei crescendo struggenti e rievocativi di “Keep
the car running” e “Windowsill”.
Cui si aggiunge un pizzico di Joy Division e Cure
nella vigorosa e romantica “The well and
the lighthouse”, con un timbro certamente
più caldo e vivace che rende ormai inconfondibile
il sestetto canadese. Ma emerge una curiosa somiglianza
che farà storcere il naso a qualcuno, addirittura
con Bruce Springsteen. Springsteen aleggia non
solo nella trepidante catarsi di “Intervention”
che esplode partendo da un singolare accompagnamento
tra folk e canto da chiesa, ma soprattutto, anche
come andatura della voce, nell’energica
“Antichrist television blues”.
Un disco meno folgorante e immediato del precedente,
rispetto al quale ha la particolarità (o
il merito) di non far suscitare buone sensazioni
a un primo sommario ascolto e, soprattutto, la
“colpa” di relegare alla fine i due
brani migliori. La spumeggiante “No cars
go”. Già eseguita dal vivo durante
il tour di “Funeral” essendo stata
inclusa nell’ultimo EP, non a caso ne ricorda
lo stile. Violini premonitori che aprono la strada
a una secca batteria in controtempo per un ritmo
irresistibile. Le voci dei due coniugi si elevano
in un tripudio di coretti e archi tra cali di
tensione bruschi quanto le scariche di elettricità
che scuotono il brano fino al rallentamento che
prelude alla fuga finale.
La straziante “My body is a cage”.
Voce sofferta e lontana, accompagnamento scarno
tra un organo inquietante e una batteria smorzata
e riecheggiante. E’ un brano che barcolla
sull’orlo del baratro senza mai scivolare
giù. Così implode tra singhiozzanti
spasmi sulle rassegnate ultime note di “Neon
Bible”.
Insomma, a conti fatti, benché “Funeral”
resti il capolavoro della band di Montreal, anche
in questo secondo album è difficile resistere
al fascino fiabesco e viscerale che offrono le
canzoni degli Arcade Fire. Brilleranno forse di
una luce meno fulgida e vivida, al neon appunto,
ma la loro ammaliante bible sa ancora incantare
ed emozionare.
collegamenti su MusiKàl!
Arcade Fire - Funeral
Arcade Fire - Concerto
al Transilvania Live (Milano)
Franz Ferdinand - You
Could Have It So Much Better
Franz Ferdinand - Franz
Ferdinand
Strokes - First
Impressions Of Earth
Strokes - Room
On Fire
Strokes - Is This
It
Interpol - Antics
Interpol - Turn
On The Bright Lights
David Bowie - Reality
David Bowie - Heathen
David Bowie - Low
David Bowie - Diamond
Dogs
David Bowie - The
Rise and Fall of Ziggy Stardust...
Jesus & Mary Chain - Psychocandy
Talking Heads - 77
Talking Heads - Remain
In Light
Joy Division - Unknown
Pleasures
Bruce Springsteen - We
Shall Overcome - The Seeger Sessions
Bruce Springsteen - Born
To Run (30th Anniversary Edition)
Bruce Springsteen - Devils
& Dust
Bruce Springsteen - The
Rising
Bruce Springsteen - Nebraska